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Pixote. La legge del più debole - Pixote, a lei do mas fraco

Regia:Hector Babenco
Vietato:14
Video:Columbia Tristar Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti dei minori
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Infancia dos Mortos" di Josè Louzeiro
Sceneggiatura:Hector Babenco e Jorge Duran
Fotografia:Rodolfo Sanchez Campoy
Musiche:John Heschling
Montaggio:Louiz Elias
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Claudio Bernardo, Fernando Ramos da Silva, Josè Nilson dos Santos, Jardel Fiho, Jorge Juliao, Gilberto Moura, Zenildo Oliveira Santos, Marilia Perla, Tony Toruado
Produzione:Paulo Francini, Josè Pinot, Embra Filme
Distribuzione:Columbia
Origine:Brasile
Anno:1980
Durata:

125'

Trama:

Pixote è un bambino brasiliano d'oggi: uno dei tanti figli di nessuno che costituiscono un gravissimo problema dei suburbi delle grandi città. Vive in un carcere-riformatorio sotto la sorveglianza di responsabili corrotti e corruttori, in compagnia di numerosi reclusi, alcuni più vecchi di lui, dai quali apprende ogni nefandezza. Il direttore dell'istituto non è migliore dei suoi subalterni e cerca di mascherare con ogni mezzo le gravissime responsabilità di tutto ciò che là dentro avviene a carico dei ragazzi "delinquenti": punizioni a sangue, ferimenti, uccisioni dirette da parte della polizia esasperata. Pixote con altri compagni di prigione fugge dal carcere e va incontro alla vita in città: qui mette a profitto le lezioni di delinquenza comune apprese nell'Istituto di ''rieducazione". Con tre amici organizza furti, spaccia droga, si allea con prostitute. Un po' per errore un po' per vendetta scende al livello di pluriomicida. La sua apparente freddezza di piccolo-grande delinquente si scioglie in braccio all'amica prostituta, della quale succhia il seno, come un indifeso neonato, in cerca di affetto materno. Respinto dalla complice, si avvia solitario per la strada ferrata che lo porta verso un'indistinta meta.

Critica 1:A giudicare dall'accoglienza della critica, si direbbe che questo film, oltre ad aver raccolto favori in Europa (Grand Prix a Biarritz, primo premio a San Sebastiano, Pardo d'argento a Locarno), abbia fatto centro laddove un certo tipo di cinema - diciamo genericamente “terzomondista” - è effettivamente un ufo, agli antipodi rispetto alle pratiche di produzione dominanti. Parliamo dei riconoscimenti ottenuti da Pixote negli Stati Uniti: “miglior film straniero” per i critici di New York e di Los Angeles e premio a Marilia Pera come miglior attrice da parte dell'Associazione nazionale critici cinematografici americani. Il film, dei resto - caso assai raro - giunge in Italia con il marchio di una grossa distribuzione d'oltreoceano.
Non si tratta forse soltanto dei periodico omaggio, quasi un debito di coscienza, che gli americani riservano a prodotti di cinematografie minori, così da far valere una volta tanto nella più grande fabbrica di immagini filmate “la legge del più debole”. Dietro l'interesse mostrato per Pixote s'intravede la sorpresa per la scoperta di un universo realmente alieno, fatto di bambini adulti; ciò che nel paese degli adulti-bambini spielberghiani, dell'infanzia come condizione privilegiata di un nuovo Eden elettronico, non può lasciare indifferenti. Quello che ha colpito gli americani è la mancanza di qualificazioni con cui Hector Babenco tratteggia le figure di minori già proiettati nel linguaggio e nelle pratiche dei grandi, privandoli sia dei candore che in fondo di una vera sofferenza, sia dell'approccio ludico, inventivo con la realtà che dei senso d'innocenza perduta: caratteristiche queste che sono tipiche dello sguardo adulto verso il mondo dei piccoli e che costituiscono il mito dell'infanzia come altra età. L'elemento di scalpore consiste nel fatto che non solo Babenco elimina le frontiere di tale limbo sognante, ma lo fa cancellando l'illusione stessa della crescita, dei cambiamento, della possibile alternativa.
Sintetizza il sentimento degli americani verso questo film un articolo comparso sul Village Voice: “L'infanzia e il suo corollario l'innocenza sono invenzioni dei privilegio, insiste Babenco”. In un modello di vita che non conosce la categoria dei benessere e della distensione “i bambini non sono feticizzati, nè buoni nè cattivi”. Disney qui è inimmaginabile, perché non esiste un luogo a parte per l'infanzia, e gli spettatori adulti di Pixote non possono che provare lo shock della perdita del loro idealizzato retroterra: “Il suono spaventoso dell'esistenza di questi ragazzini - occasionalmente sottolineato dalla musica amaramente ritornante di John Neschling - è il minaccioso quasi - silenzio dell'implosione. Nessuna liberazione, nessun cambiamento”.
Il parere degli europei su Pixote risulta senz'altro più circostanziato, vincolato com'è alla memoria di film che con maggiore o minore efficacia hanno levato il velo di sottile ipocrisia adulta alle raffigurazioni dell'infanzia. Si citano alla rinfusa Zéro de conduite, Los Olvidados, Germania anno zero, opere che permettono di capire che il mondo visto dai ragazzini porta con sé uno sguardo minacciosamente negatore della stabilità e legittimità dei “punto di vista”, della rappresentazione evolutiva e consequenziale delle cose, della definibilità di colpa e giudizio.
La positività, il divenire quindi, messi in questione: tale linea di fondo si può esprimere tuttavia con diversi gradi di consapevolezza. L'“anno zero” della realtà sociale dovrebbe coincidere in qualche modo col grado zero del linguaggio, ovvero con la sconnessione di quelle regolarità della narrazione cinematografica che ad ogni sguardo attribuiscono un oggetto e ad ogni immagine un definito fuori campo, così da costruire una trasparenza che è frutto in effetti di una visione strutturata, senza possibili smarginature. Ecco perciò l'introduzione eversiva dell'ottica infantile, che non conosce le regole dei gioco (della messa in scena) e fa vacillare referenza e proporzioni.
È chiaro qui che non si può allineare Vigo con De Sica, lo sguardo anarchico e negativo con un atteggiamento che recupera la prospettiva giudicante proprio attraverso i bambini che “ci guardano”, facendo da contrappeso coi loro stupore alla bruttezza del mondo adulto e ristabilendo una dialettica equilibrante all'interno della rappresentazione. Il nichilismo implicito nella visione soggettiva di un gruppo di bambini già adulti, l'impossibilità per essi di mettere a fuoco e distanziare la propria condizione, è ciò che produce il senso di implosione in Pixote, ma tale caratteristica, bisogna dire, non diviene chiara cinematograficamente che nella seconda parte del film.
Tutto il primo tempo, ambientato nel riformatorio, risente dell'incertezza dei regista nella posizione da tenere verso la messa in scena di uno sguardo alienato: nè racconto in prima persona, nè freddo quadro fenomenologico; la macchina da presa, senza una precisa strategia di immedesimazione o di straniamento, appiattisce la rappresentazione in uno spazio “teatrale”. Fastidiosa risulta allora la pretesa, qua e là emergente, di focalizzare i caratteri. Questa incertezza riflette d'altronde il travagliato lavoro di gestazione dei film, concepito inizialmente come documentario sui centri di detenzione per minori (le famigerate “Fondazioni nazionali” istituite nel '64 dal governo militare per ripulire le città da una popolazione di disperati) e diventato poi finzione, seguendo il filo conduttore di un romanzo di Josè Lazeiro ma non rinunciando all'illusione neorealistica dell'autenticità degli attori presi dalla strada.
“Per un anno - ha dichiarato Babenco - ho vagato nelle baraccopoli di San Paolo; ho incontrato più di 1500 ragazzi, tra i quali ne ho scelti 27 per interpretare i ruoli principali. Ho lavorato alle parti insieme a loro per quattro mesi, chiedendo loro di immaginare situazioni, di scegliere oggetti e costumi”. Difficile dire quanto sia rimasto di questo lavoro preparatorio nel risultato finale; è certo però che i momenti meno convincenti sono quelli in cui i ragazzi prendono la parola: traspare lì, a dispetto delle buone intenzioni della regia, la forzatura della recitazione, l'artificio dell'emblematicità voluta, l'intervento inequivocabile dell'adulto che cerca di coniugare un approccio sociologico con la resa di una verità che rimane invece insondabile.
Babenco in persona, a conferma di un rapporto viscerale con la materia ma anche di un intento razionalizzante, compare prima dei titoli di testa sullo sfondo di un barrio di San Paolo a illustrare i contorni sociali della vicenda: oltre la metà della popolazione brasiliana è ai di sotto dei 21 anni; più di tre milioni di bambini vivono senza una famiglia, finendo vittime di delinquenti più grandi di loro, cioè impiegati come manovalanza criminale, coi favore della legge brasiliana che li dichiara “intoccabili”, ossia disponibili per tutti i delitti. Ma forse Babenco non coglie la sottile irrappresentabilità di quei tre milioni, l'impossibilità di dare un volto, dei contorni, una risoluzione narrativa - almeno, nei termini dei “tipico” - a una condizione che sfugge a se stessa, che ha rotto i ponti della comunicazione col sociale, quella di ragazzi “ciechi, sordi e muti”, come li definisce uno dei personaggi positivi dei film, riscontrando l'impasse di ogni atteggiamento riformista.
Babenco nutre l'illusione umanistica dei recupero dei “diversi” al linguaggio della maggioranza. Lo dimostra l'episodio in cui Pixote impara a scrivere: il primo piano intenso, sottolineato dalla musica dolceamara di Neschling, che isola il bambino nel suo sforzo di apprendimento. Ma il film convince di più laddove non si presuppone il riscatto e vien fuori la verità della disperazione, l'opacità dei quadro sociale e dei ruoli, l'incoercibilità dei profilmico alla fiction, il non-detto e l'indicibile. Sono questi i momenti felici della seconda parte, in cui il racconto abbandona il “teatro” del riformatorio e incontra l'imprevisto nelle movimentate e labili scenografie metropolitane. Il senso qui è realmente affidato a una lotta per la comunicazione coi mondo adulto, nella quale un gruppo di ragazzi fuggiaschi cerca invano l'espressione di un'identità, ricalcando ruoli prima solo immaginati per gioco. Ma la figura dei capobanda o dei gregario non sono che nuovamente una finzione ludica: il contesto, proprio quello della supposta libertà, non offre in effetti alcun appiglio per un “dialogo” e Pixote, il più piccolo della banda, dovrà presto imparare la “scorciatoia” dell'assassinio come risposta difensiva, ma anche come evento mostruosamente normale.
Non c'è in lui nè ferocia nè inconsapevolezza, solo l'assimilazione della legge della necessità, lo sguardo indifferente, lo stesso con cui assiste all'amplesso fra Sueli, la prostituta, e il suo amico più grandicello, incerto se siano più interessanti i gemiti dell'orgasmo o il cicalare dei televisore acceso. I suoi stupori infantili emergono qua e là ma ormai deformati: nella sequenza più significativa, dopo l'uccisione di Dito, Sueli per consolarlo gli dà il seno, in un gesto che allude alla scoperta adolescenziale del sesso e alla nostalgia dei ventre materno. Pixote è un bambino senza più età, e senza definizione è la realtà in cui si muove; infatti nella seconda parte il film riesce a costruire intorno al protagonista una rappresentazione fatta di aerea follia, dove anche l'elemento truce (ad esempio: il feto nel cestino portarifiuti con accanto un ferro da calza insanguinato) diventa grottesco ma non ridicolo. In questo spazio sospeso, non più paradocumentaristico, Babenco sfiora forse una significazione più complessa: quella di una raffigurazione metaforica della società brasiliana che, come Pixote nell'ultima inquadratura, corre su binari che non portano a nulla, senza avere più la verginità, ma continuando a lasciar trasparire una sotterranea, inquietante, folle innocenza.
Autore critica:Lodovico Stefanoni
Fonte criticaCineforum n. 225
Data critica:

6/1983

Critica 2:Basato su molte storie vere dei bambini di strada brasiliani, quei tredici milioni di meniños de rua cui è dedicato, il film appare in primo luogo una denuncia delle loro miserevoli condizioni di vita: spesso senza famiglia alle spalle, costretti a vivere nel degrado non solo fisico ma anche sociale e psicologico, i protagonisti del film appaiono segnati da una povertà che non va intesa solo in senso economico, ma piuttosto come assenza di possibilità di crescere in modo equilibrato e umanamente accettabile. Paradossalmente, la vicenda di Pixote appare un racconto di formazione tutto in negativo, in cui ogni tappa tende a peggiorare la sua situazione. Tutte le prove che il protagonista deve superare causano l'indurimento del suo carattere e sono segnate da situazione spesso molto spiacevoli e violente.
In questo senso la città contemporanea – in questo caso San Paolo del Brasile, che appare qui un simbolo più ampio della progressiva disumanizzazione in atto in molte città del mondo – si trasforma da un luogo che dovrebbe offrire opportunità economiche e scambi sociali in uno scenario di ordinaria sopraffazione. I più deboli, soprattutto se bambini, sembrano poter sopravvivere solo a due condizioni: organizzarsi in gruppo, ma forse sarebbe meglio dire in branco, e dimostrarsi più duri dei loro concorrenti o avversari, con la disponibilità ad alzare sempre più il prezzo della posta in gioco. Ancora una volta la progressione è però di tipo negativo: dai piccoli reati dell'inizio del film, si passa progressivamente ad atti di criminalità più gravi, che contemplano le rapine e pure l'omicidio, in una spirale che solo per pochi fortunati può non concludersi con una morte violenta e prematura.
Di fronte a un panorama così problematico il regista individua precise responsabilità nell'atteggiamento degli adulti, che sembrano non comprendere il dramma dei bambini di strada, e preferiscono considerarli solo come criminali già irrecuperabili, da trattare con durezza e in modo sempre più disumano. In questo senso, la lunga parte del film ambientata nel carcere minorile appare degna di un horror, con sequenze non sempre sostenibili. Le offese fisiche sono all'ordine del giorno, sia da parte dei ragazzi più vecchi nei confronti dei più giovani, sia da parte di chi in teoria dovrebbe regolamentare i giovani detenuti e invece si accanisce contro di loro, come capita spesso alle guardie.
Ma sono forse ancora più insostenibili le scene di violenza psicologica, come accade nella mensa, quando Pixote, appena arrivato, deve accettare di mangiare in una scodella in cui altri hanno sputato, come prova da superare in onore al "nonnismo" del luogo. Oppure la scena ambientata nella classe interna alla prigione, in cui una maestra eccessivamente zelante rimprovera Pixote che vola con la fantasia e cerca di ricondurlo alle regole dello studio.
O, ancora, il gioco che i bambini fanno nell'ora d'aria, dividendosi tra torturatori e torturato, che rende bene l'idea di un immaginario infantile ancora presente, attraverso la necessità ludica, ma ormai irrimediabilmente contaminato da meccanismi di prevaricazione degli adulti. Non a caso, tale ambiguità caratterizza anche l'unico rapporto di affetto che si crea con un’adulta, la prostituta Sueli. Con lei Pixote sembra cercare da un lato l'affetto materno, dall'altro una sua definitiva riconoscibilità di maschio adulto, nonostante l'età così giovane, che deve farsi rispettare secondo una tradizione in cui maschile significa solo violento.
Autore critica:Michele Marangi
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Infancia dos Mortos
Autore libro:Louzeiro José

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