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Million Dollar Baby - Million Dollar Baby

Regia:Clint Eastwood
Vietato:No
Video:
DVD:01
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:F.X. Toole
Sceneggiatura:Paul Haggis
Fotografia:Tom Stern
Musiche:Clint Eastwood
Montaggio:Joel Cox
Scenografia:Henry Bumstead
Costumi:Deborah Hopper
Effetti:Steve Riley
Interpreti:Clint Eastwood (Frankie Dunn), Hilary Swank (Maggie Fitzgerald), Morgan Freeman (Eddie 'Scrap-Iron' Dupris), Jay Baruchel (Danger Barch), Mike Colter (Big Willie Little), Lucia Rijker (Billie 'The Blue Bear'), Brian O'Byrne (Padre Horvak), Anthony Mackie (Shawrelle Berry), Margo Martindale (Earline Fitzgerald), Riki Lindhome (Mardell Fitzgerald), Michael Pena (Omar), Benito Martinez (Manager di Billie), Bruce MacVittie (Mickey Mack), David Powledge (Barista), Joe D'Angerio (Cut Man), Marcus Chait (J.D. Fitzgerald), Jamison Yang (Paramedico), Erica Grant (Infermiera), Tom McCleister (Avvocato)
Produzione:Clint Eastwood per Malpaso Productions, Albert S. Ruddy Productions Lakeshore Entertainment Warner Bros. Pictures
Distribuzione: 01 Distribution
Origine:USA
Anno:2004
Durata:

137'

Trama:

Frankie Dunn è stato per anni allenatore e manager di tanti pugili e ha speso una vita sul ring. Uomo solitario dal carattere duro, Frankie ha un unico amico, Scrap, anche lui ex pugile, con cui gestisce una palestra di boxe a Los Angeles. La vita di Frankie subisce una svolta quando in palestra arriva Maggie, una ragazza determinata a combattere sul ring, che sulle prime lui tenta di scoraggiare ma che poi, vista l'ostinazione della ragazza, decide di aiutare e prende sotto la sua protezione...

Critica 1:Il 31 maggio Clint Eastwood compirà 75 anni: prepariamoci a festeggiarlo. In questi tre quarti di secolo, ne ha fatta di strada: da icona del western italiano (Sergio Leone) a controverso eroe/macho della Nuova Hollywood (Don Siegel e i Callaghan successivi), fino a diventare l’unico regista capace di tenere in vita la lezione della Hollywood classica. Da Brivido nella notte (1971) in poi, ha diretto 27 film, conteggiando anche un episodio tv (per le Storie incredibili prodotte da Spielberg) e un documentario (per la serie The Blues prodotta da Scorsese). Fra questi, ci sono alcuni indiscutibili capolavori: Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), Honkytonk Man (1982), Bird (1988), Gli spietati (1992), Un mondo perfetto(1993), Potere assoluto (1996), Mystic River (2003).
Quest’ultimo, in particolare, era un film talmente vasto, potente, perfetto, tragico, shakespeariano che non pensavamo potesse essere seguito da un altro gioiello di simile portata. E quando abbiamo saputo di Million Dollar Baby, storia di una ragazza-pugile, ci siamo rilassati: sarà un film «solo» bello, Clint ci darà un altro capolavoro fra tre o quattro anni. Siamo stati puniti per la nostra mancanza di fiducia, e mai punizione è stata più piacevole: Million Dollar Baby è un film enorme, un ologramma che da un frammento di vita americana ­ una piccola palestra di periferia, i due vecchi rottami che la dirigono, una ragazza povera e ostinata ­ ti fa intravvedere tutto il Grande Paese che si muove, lento e affascinante come un Leviatano, sullo sfondo. Hilary Swank è Maggie, una poveraccia che lavora come cameriera in un ristorantino da due soldi e per non morir di fame si porta a casa di nascosto gli avanzi dei clienti; Eastwood e Morgan Freeman sono Frankie e Eddie, detto «Ferrovecchio», due arnesi superati dal tempo che gestiscono una vecchia palestra. Eddie è stato «quasi» un campione, il suo record si è fermato a 109 incontri (nel film diventano 110, ma non vi diciamo come). Frankie è un bravissimo allenatore con un difetto: protegge troppo i suoi ragazzi e non vorrebbe mai che venissero massacrati negli incontri ad alto livello. Maggie, alla non verdissima età di 32 anni, si è messa in testa un sogno impossibile: salire sul ring e diventare una campionessa di boxe femminile. Lavora ai fianchi Frankie finché questi non accetta di allenarla. Diventa una campionessa… e ci fermiamo qui, ma non prima di avvertirvi che: 1) siamo solo a metà film; 2) NON è la solita storiella “alla Rocky” dello sfigato che diventa campione del mondo; 3) non è nemmeno una love-story, Hilary Swank non si innamora di Eastwood, il loro è semmai uno struggente rapporto padre-figlia, e chi non vorrebbe un padre come Clint? Narrato dalla voce fuori campo di Eddie, Million Dollar Baby può anche essere letto come la storia di due vecchi tagliati fuori dalla vita che trovano un’ultima chance per sentirsi vivi. I duetti tra Eastwood e Freeman sono degni di John Ford: sembra di sentire John Wayne e Victor McLaglen nei Cavalieri del Nord-Ovest, altro meraviglioso poema su uomini alla soglia della pensione.
A proposito: il prossimo film di Eastwood, Flags of Our Fathers («Le bandiere dei nostri padri»), sarà proprio un confronto a distanza con Wayne: parla della battaglia di Iwo-Jima che il vecchio Duke ricreò in Iwo-Jima deserto di fuoco. Se sarà anche quello un capolavoro, avremo la conferma di ciò che stiamo per scrivere: a 75 anni Clint Eastwood è il più grande regista americano vivente, non c’è lotta, i vari Spielberg e Scorsese al suo confronto sono ragazzini, solo un altro arzillo ragazzino come Robert Altman (80 anni domani, auguri) tiene il suo passo. Se non gli danno l’Oscar, sarà l’Oscar a fare una figuraccia.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte criticaL'Unità
Data critica:

18/2/2005

Critica 2:Come fa una ragazza diseredata di 32 anni, che da quando aveva 13 anni fa la cameriera nei drugstore, che ha visto lentamente morire il padre e il suo cane (il secondo meglio del primo, “graziato” da un colpo solo) e si è ritrovata con una madre di 140 chili moralmente disgustosa e una sorella e un fratello orribili, a conquistare il rispetto di se stessa? Ognuno ha le sue strade per raggiungere la sua occasione, direbbe “Scrap-lron” (Ferrovecchio) Dupris, il malconcio custode-narratore-confessore della palestra Hit Pit e delle vite dei personaggi che la popolano. Il più è poter dire a se stessi, nel momento in cui si sta per andarsene, di averla avuta, quell’occasione. Per Maggie Fitzgerald (cognome di origine inequivocabile, anche se viene da una montagna sperduta del Missouri) il rispetto di sé passa dalla boxe, da una palestra scalcinata in una stradina di Los Angeles, dalla sveglia alle tre e mezzo del mattino per andare a correre prima del lavoro, dagli ostinati allenamenti notturni davanti a un sacco che penzola pesante dal soffitto, e da una voglia ancor più testarda di diventare pugile professionista, di essere allenata da quel vecchio burbero e laconico che crea pugili perfetti ma non sa mai decidersi a portarli alle sfide importanti. «Parlare di boxe è parlare di rispetto», dice ancora Scrap: e proprio dì questo, di rispetto di sé e degli altri, parla Million Dollar Baby, nella sua maniera obliqua e dolorosa, nel suo affastellarsi sofferto di dubbi enormi e di sensi di colpa infiniti, travestito da film di genere (sportivo, certo, ma i dialoghi potrebbero essere quelli di un western del crepuscolo, o di Una calibro 20 per lo specialista - esordio di Cimino profondamente segnato dalla presenza di Eastwood - o di Un mondo perfetto). Bello quanto Mystic River, che era bellissimo, e quanto quello capace di parlarci del nostro bisogno etico in un mondo che etico non è più (ma lo è mai stato?), dove tutti, le madri e le figlie lontane, la Chiesa, i medici, i ragazzi della palestra, rifiutano di darci delle risposte e di addentrarsi fino al fondo dei nostri cuori. Qui non ci sono un’intera generazione (e i loro padri, e i loro figli), una città, una cultura, segnati da una violenza antica (o meglio, ci sono, ma sono tutti sepolti nel passato dei protagonisti, e riaffiorano solo a tratti, un’immagine, un ricordo, con pudore infinito). Qui ci sono quattro personaggi, speculari, ancora una volta due “padri” e due “figli”, impegnati in un addestramento-iniziazione che è anche espiazione. Tutti, non solo Frankie, hanno dei peccati da scontare, magari quelli degli altri, di un match andato male e di una carriera stroncata, di una famiglia balorda e avida, di aver scaraventato un ragazzino esile e un po’ tardo dal Texas fino alla porta dell’Hit Pit. Se c’è un film profondamente religioso, di una religiosità umana e, se vogliamo, laica, questo è Million Dollar Baby, non solo perché il peccatore Frankie sconta da 23 anni andando a messa tutti i giorni e tutti i giorni ponendo domande alle quali il prete non vuole rispondere («Cos’è la Trinità? pane, burro e marmellata buttati insieme in un sacchetto?», «È l’immacolata Concezione?»). Ma perché quella di Maggie Fitzgerald, spazzatura bianca che si riscatta, è un’autentica Passione. Diretto da Eastwood con uno stile essenziale che non sgarra mai, sempre a un passo dal cliché e dall’effetto, sempre puntuale nel tagliare o dissolvere una scena quando sta per sgranarsi nel melodramma, e scritto con un’economia e un’ironia che riproducono fedeli il carattere schivo, classico dei protagonisti. Millon Dollar Baby è un film sulle buone e su quelle cattive, sui che ci portiamo dentro, sulla migliore di noi, su Yates, Innisfree (il paese della poesia e di Un uomo tranquillo), l’Irlanda, e perciò John «Il mondo è pieno di irlandesi gente che vorrebbe esserlo», dice ancora il narratore “Scrap”. Non cosa vuol dire “Mo guishie”, la scritta in gaelico che Maggie porta impressa sulla vestaglia che le regala Frankie per l’incontro contro la campionessa inglese dei welter. Non voglio togliervi il piacere di sentire il cuor che s’incrina nel momento in cui lo sentirete da Frankie nel finale
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte critica:Film Tv n. 8
Data critica:

2005

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Lo sfidante
Autore libro:F.X. Toole

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