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Prendimi l'anima -

Regia:Roberto Faenza
Vietato:No
Video:Medusa
DVD:Medusa
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Liberamente ispirato al libro di Aldo Carotenuto "Diario di una segreta simmetria"
Sceneggiatura:Gianni Arduini, Alessandro Defilippi, Roberto Faenza, Elda Ferri, Hugh Fleetwood, Giampiero Rigosi
Fotografia:Maurizio Calvesi
Musiche:Andrea Guerra
Montaggio:Massimo Fiocchi
Scenografia:Giantito Burchiellaro
Costumi:Francesca Sartori, Serghei Strucioy
Effetti:
Interpreti:Iain Glen (Jung), Emilia Fox (Sabina Spielrein), Craig Ferguson (Fraser), Caroline Ducey (Marie), Jane Alexander (Emma Jung), Michele Melega (Pawel), Daria Galluccio (Renate)
Produzione:Jean Vigo' Italia - Les Films Du Centaure - Cowboy Films - in associazione con Medusa Film ed Leandro Burgay Editore
Distribuzione:Medusa
Origine:Francia - Gran Bretagna - Italia
Anno:2003
Durata:

90’

Trama:

Il film narra le vicende di Sabina Spielrein, la giovane paziente dei due grandi luminari della psicoanalisi Freud e Jung, e del triangolo che si formò tra di loro dopo che Sabina divenne amante di Jung. Basato sul carteggio segreto tra i tre, trovato casualmente nel 1977, a Ginevra, negli scantinati del Palais Wilson - sede dell'Istituto di Psicologia svizzero - il film narra tutta la vita di Sabina, una giovane ebrea di una ricca e colta famiglia russa, che fu la prima paziente isterica trattata e guarita con il metodo freudiano. Non solo il rapporto con Jung, che fu rivelato da una lettera anonima inviata alla madre di lei, fu da lui negato e vide Freud schierato con Jung contro di lei, che pure aveva accettato come allieva. Attraverso la testimonianza dei ricercatori che hanno consentito al regista - con una ricerca ventennale - di scoprirla, viene raccontata anche la vita di Sabina in Russia. Sabina, infatti, dopo la laurea e dopo il matrimonio, torna in Russia dove vive durante il periodo stalinista, che nel 1936 aveva bandito la psicoanalisi, e dove lavora in un asilo infantile all'avanguardia fino a quando i nazisti la uccidono nel 1942 durante la seconda occupazione di Rostov sul Don, sua città natale, dove si era rifugiata con la figlia Renate.

Critica 1:Roberto Faenza inizia ad interessarsi al carteggio tra Jung, Freud e Sabina già nel 1980. Da allora, segue le piste di questa figura straordinaria e sconosciuta ai più, eppure strettamente legata a Freud e Jung. Da accurate ricerche nasce questo film, concentrato sul percorso umano di Sabina e sul suo innamoramento per Jung. Il film - che si porta dietro una scia di polemiche, legate alle rivendicazioni di paternità del famoso psicanalista Aldo Carotenuto - si occupa con trasporto della storia d'amore, pur se in alcuni momenti trascura alcuni particolari storici. Molto impegnato nella descrizione delle debolezze umane di Jung, Faenza non nasconde il suo scetticismo (e forse qualcosa di più) per la psicanalisi, della quale dà un'idea a tratti sommaria. Certo è che l'intento del film ha poco a che vedere con il metodo psicoanalitico ed è invece l'occasione per raccontare l'itinerario di una donna unica, rendendo giustizia alla sua memoria e facendone conoscere la poco nota vicenda.
Autore critica:
Fonte criticaitalica.rai.it
Data critica:



Critica 2:Mentre trascorreva veloce sul rullo di coda, non ho fatto in tempo ad annotare il nome dello straordinario attore russo che in Prendimi l'anima impersona il veterano Ivan, l'unico sopravvissuto dei minorenni nevrotici di cui si prese cura Sabina Spielrein (1885-1942), nell'istituzione chiamata Asilo bianco prima che fosse devastata dagli sgherri di Stalin. Bisogna però accomunare nell'elogio i protagonisti dell'episodio che il vecchio ricorda: Ivan bambino delizioso e tragico e (perché no?) la scimmietta che fra buffonate e capriole riesce a «prendere l'anima» del piccolo inducendolo finalmente a sciogliere le mani strette a pugno. Poche volte il cinema ha raccontato lo sbocco felice di una terapia con tanta infantile esuberanza; e la gloria di questi mirabili pochi minuti di film, destinati a entrare nelle antologie sui rapporti fra la Decima musa e la psicoanalisi, va ascritta all'ispirato regista Roberto Faenza. Il quale, intendiamoci, ha meriti ulteriori: è principalmente quello di aver realizzato un raro film «di interesse culturale» quando non di rado in sede ministeriale si attribuisce tale qualifica a prodotti che con la cultura c'entrano poco. Qui, invece, il racconto scaturisce da un'autentica passione conoscitiva, dalla smania di saperne di più su questa Spielrein. Una figura emblematica nel suo opporsi ad alcuni fra gli aspetti peggiori del XX secolo: l'etica piccolo borghese che la spedì in manicomio, il maschilismo che ne umiliò i sentimenti, lo stalinismo che ne distrusse l'operosità umanitaria e il nazismo che finì per annientarla in un massacro di ebrei a Rostov. In un arco evocativo di quarant'anni l'autore ha voluto incorporare il tema della ricerca instaurando in parallelo la storia di due studiosi odierni (Caroline Ducey e Craig Ferguson) e i frammenti della biografia di Sabina che riescono a ricostruire. C'era il rischio che tutto si risolvesse in chiave di alto pettegolezzo: ovvero nel discusso rapporto amoroso fra la giovane malata d'isteria (una notevolissima Emilia Fox) e Carl Gustav Jung (Iain Glen) che la curò a Zurigo nel 1904 diventandone poi l'amante. Una di quelle passioni difficili da riferire senza fare di lei una rovina famiglie e di lui un pavido traditore del giuramento di Esculapio. In una cornice di perfetta credibilità ambientale, di cui va dato atto allo scenografo Giantito Burchiellaro e alla costumista Francesca Sartori, e attraverso la fotografia di Maurizio Calvesi che lega bene con le citazioni dei quadri di Klimt, pur nella sintesi a volte sibillina tipica delle cavalcate storiche, Prendimi l'anima mantiene spessore e dignità.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

18/1/2003

Critica 3:Due giovani donne eccezionali per indipendenza, per ardore erotico e per pensiero libero, Sabina Spielrein, psicoanalista russa, e Frida Kahlo, pittrice messicana. Due personaggi destinati a incontrare le grandi forze del Novecento (psicoanalisi, rivoluzione russa, stalinismo, nazismo) e i grandi personaggi di quel secolo (Jung, Freud, Trockij, Picasso). Due testimoni dirette del modo in cui le donne importanti, appassionate e ricche di personalità venivano considerate (come oggi, del resto): presuntuose, scocciatrici, eccessive, fastidiose. Due film, una bello e l´altro no, che arrivano contemporaneamente nei cinema per raccontare la loro vita. Prendimi l´anima di Roberto Faenza, film intelligente e distante con un titolo bellissimo e vago (l’anima?), racconta dell´ebrea russa Sabina Spielrein, nel 1904-1905 paziente e poi amante di Carl Gustav Jung a Zurigo, allieva di Freud e poi psicoanalista e pedagoga a Vienna, partecipe a Mosca nel 1923 dell´esperienza rivoluzionaria di un asilo libertario, vittima della repressione di Stalin, trucidata dai nazisti nel 1942 insieme con le proprie figlie e con molti correligionari nella sinagoga della città natale Rostov sul Don. Il film segue parallelamente le ricerche compiute su Sabina da una studentessa e da un professore contemporanei, e la vicenda di lei: i due elementi non risultano sempre armonizzati né apparentemente necessari, a volte si ostacolano a vicenda più che completarsi, imprimendo alla storia un ritmo affaticato. Prendimi l´anima è centrato sul legame tra Jung e Sabina Spielrein, che fu la prima persona con gravi disturbi mentali curata dal grande allievo di Freud con i metodi freudiani dell´analisi dei sogni e delle libere associazioni, in un ospedale psichiatrico, il Burghölzli, che usava invece sistemi violentemente repressivi. La paziente s´innamorò del medico e il medico della paziente (transfert, controtransfert): ma Jung non volle rinunciare per lei alla propria famiglia, né alla propria rispettabilità sociale e, con un comportamento classico nel passato e spesso nel presente, pose fine alla relazione, mentre Freud indirizzò la ragazza esclusivamente agli studi. Il film è molto interessante e ben fatto. Magari la verità storica non viene sempre rispettata, magari il poliziotto di Stalin appare un po´ burattinesco: ma sono bellissime le scene d´amore, la grande scena di massa alla stazione di Rostov con sovietici e tedeschi che alternativamente si fronteggiano, l´alto livello internazionale della realizzazione. I protagonisti inglesi Emilia Fox (figlia di Edward Fox) e Iain Glen sono molto ben scelti, ben diretti, molto bravi. (...)
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte critica:La Stampa
Data critica:

18/1/2003

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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