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Nel paese dei sordi - Pays des sourds (Le)

Regia:Nicolas Philibert
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Documentario
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Nicolas Philibert
Sceneggiatura:Nicolas Philibert
Fotografia:Frederic Labourasse
Musiche:
Montaggio:Guy Lecorne
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jean-Claude Paulain (Prof. Ling. Segni), Aboubaker, Anh Tuan, Betty, Florent, Frederic, Jalal, Karen, Tomo ( I bambini), Odile Ghermani (Professore)
Produzione:Le Films d'Ici - La Sept - Lae Cec - Rhone Alpes
Distribuzione:Libra Film
Origine:Francia
Anno:1992
Durata:

99’

Trama:

È alla ridefinizione di un territorio che mira il film di Nicolas Philibert, il territorio dei sordi. Grazie all'incontro attento e paziente con numerose persone, il cineasta riesce a costruire il racconto della loro differenza; in modo tale che coloro che in un primo momento possono sembrare "diversi", finiscono per l'imporsi poi come "normalmente diversi" con un particolare sistema di comunicazione in cui i gesti delle mani e le espressioni del viso hanno lo stesso valore di mute parole, altrettanto sottili ed efficaci. Da quel momento il film si rivolge allo spettatore proponendogli una densa riflessione sugli "altri", che hanno caratteristiche certamente diverse, ma tutt'altro che difettose.

Critica 1:Al di là dei valori didattici e della lezione morale, è proprio un'avventura dalla quale si esce pensierosi e coinvolti. E ci porteremo dietro a lungo, come i personaggi di un bel romanzo, il piccolo Laurent dal profilo delicato o il professor Poulain, un mimo straordinario, che nell'infrangere le barriere dell'handicap arriva a vertici espressivi degni di Tati.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaIl Corriere della Sera
Data critica:



Critica 2:Al di là del facile esotismo da film inclassificabile che a Nel paese dei sordi è stato cucito addosso, enfatizzando così la scarsa dimestichezza che anche certi addetti ai lavori hanno con lungometraggi non narrativi, resta il fatto, da salutare con entusiasmo, che questo piccolo film è riuscito a farsi largo, contando esclusivamente sulle proprie forze, in una programmazione cinematografica sempre più frettolosa e affollata di titoli più o meno roboanti, facendo prevalere quelle che ormai con un'espressione certamente abusata si definiscono "le ragioni del cinema".
Merito non secondario della pellicola di Philibert è di funzionare come la classica punta dell'iceberg nei confronti di tutta una produzione cinematografica ghettizzata ai margini del mercato, cui Nel paese dei sordi fa da avanguardia, sperando ovviamente che distributori e pubblico continuino ad avere nei confronti di lavori di questo tipo un atteggiamento di disponibilità. L'indicazione più importante che questo film fornisce, e anche la più ovvia, è che, al contrario di quanti sostengono che il mercato cinematografico funziona solo lungo le coordinate indicate dalle grosse case di distribuzione e relativi blockbuster, esiste un pubblico a?erto alle sollecitazioni del "nuovo” (che è forse quello più negletto) il quale quando può, come in questo caso, fa sentire il peso delle proprie scelte.
Prima di andare a guardare più da vicino la pellicola occorre precisare subito un problema tutt'altro che secondario. Analizzando Nel paese dei sordi esclusivamente dal versante formale si rischia di sottovalutare le ricchissime implicazioni di origine pedagogico, semiologico, psicologico, ecc. presenti nel film di Philibert. Un intelligente lavoro interdisciplinare in grado di rispettare la complessità del testo potrebbe
far luce su tutta una serie di implicazioni le quali, considerando un solo aspetto del film, quello propriamente cinematografico, rischiano di essere trascurate. Con ciò non si vuole affatto dire che il tono del film è serioso o cattedratico. Al contrario Nel paese dei sordi è una delle cose più originali e inventive che questo scorcio di stagione cinematografica ci abbia offerto. Ma anche una delle più problematiche in quanto è equidistante sia dal pietismo peloso della Hollywood più deteriore che dall'autocommiserazione di stampo clericale. Proviamo infatti ad immaginare il film senza i sottotitoli per gli udenti. Questa assenza provocherebbe una drammatica inversione dei ruoli che condurrebbe all'esclusione dalla partecipazione al film degli udenti, i quali nell'arco limitato dei 99' della durata della pellicola vivrebbero sulla propria pelle l'emarginazione di cui sono vittime, per una vita intera, i sordomuti. I sottotitoli diventano così un segnale drammatico in quanto fanno comprendere che solo una convenzione grafica unisce gli spettatori con un mondo dal quale altrimenti rischiano di essere esclusi. Questo labile segno diventa quindi un tramite prezioso non solo per entrare in contatto con una comunità "altra" ma, cosa ben più inquietante, rivela i limiti delle nostre pratiche e modalità comunicative. Di conseguenza alle soglie del paese dei sordi ci ritroviamo afasici di fronte alla gioiosa inventiva comunicativa dei sordomuti. In questo senso, avendo anche accennato alla necessità di un lavoro interdisciplinare, non crediamo che debba essere considerata peregrina la riflessione secondo cui una scheda di questo tipo dovrebbe essere scritta con segni grafici che traspongano a livello tipografico la ricchezza iconica della lingua dei segni. Infatti limitandoci alle tradizionali soluzioni tipografiche si opera un'involontaria quanto brutale riduzione di complessità della lingua dei segni che è l'oggetto stesso del film e che ne fonda la ricchezza e la bellezza. (…)
Produce un effetto straniante vedere parlare i protagonisti del film del loro handicap in luoghi come il posto di lavoro, parchi pubblici ecc. A fare da colonna sonora ai loro segni/parole ci sono i rumori degli udenti che li circondano. Un fuoricampo drammatico che segna una doppia e reciproca esclusione. I sordi non li sentono, gli udenti non li sanno vedere. Di questo vuoto che scotta le esistenze dei sordi Philibert è magistrale nel darci ad intendere che si tratta di un vuoto di umanità, amore, che ci riguarda da vicino. La lingua dei segni con la quale entriamo in contatto attraverso il film è la misura esatta dello sforzo di comunicazione che essa esteriorizza misurandosi con la limitatezza del corpo. Infatti se la parola è virtualmente "estensibile" all'infinito, il corpo non gode della stessa flessibilità avendo una serie limitata, anche se a seconda dei casi più o meno estesa, di capacità gestuali. Eppure dai segni emerge fortissima l'emozione di una comunicazione corporea integrale, nella quale vive l'utopia stessa della comunicazione universale. Il prof. Jean-Claude Poulain spiega infatti che i segni non sono di per sé universali ma che le loro modalità
d'uso sono più duttili, più aperte alla "parola" dell'altro, cioè disposte a farsi sorprendere dalla realtà e, soprattutto, a dialogare con questo stupore. Ecco allora Philibert che lascia letteralmente invadere il campo delle riprese dai suoi protagonisti ribaltando il convincimento secondo il quale è il cinema a dovere penetrare l'altro in nome della priorità della messinscena. Quella di Nicolas Philibert, assolutamente eterodiretta, invoca il fuoricampo dell'alterità ed esiste esclusivamente attraverso il suo sguardo come dimostra l'episodio del piccolo Florent.
Durante un'intervista con il bambino alla quale partecipa anche la madre, il piccolo invade il set, luogo dove si sta determinando la forma del film, aggrappandosi all'asta del microfono, guardando nell'obiettivo ecc. Attirando nel proprio set Philibert e i suoi collaboratori, Florent afferma, in maniera del tutto istintiva, la necessità di un cinema in prima persona. Epifania della "chiarezza" rosselliniana (la splendeur da vrai), dove il cinema si lascia sorprendere dalla vita e si commuove perché partecipe della vita che racconta.
«Improvviso sui luoghi dell'azione, a contatto con le possibilità dei miei interpreti. Metto a punto senza girare, utilizzando al massimo ciò che mi si offre, cioè arricchendo il mio disegno di quello che è accidentale, ma che serve nella misura in cui è più umano e significativo». È qui il segreto del film di Nicolas Philibert; un'emozione in progress che si nutre delle esigenze di un cinema genuinamente moderno che fa emergere dal suo ordito una rigorosa tela immateriale di relazioni (amori) possibili. Speranza? Sì. «Poiché la cosa su cui puntavo era trovare onestamente la verità. Ma, per trovare la verità, bisogna anche avere una posizione morale: bisogna avere un giudizio critico.(...) La posizione morale è, prima di tutto, una posizione fatta d'amore; quindi di tolleranza, di comprensione, quindi anche di partecipazione.(...) La tenerezza è la vera posizione morale».
Autore critica:Giona A. Nazzaro
Fonte critica:Cineforum n. 323
Data critica:

4/1993

Critica 3:Florent, uno dei piccoli protagonisti, dice: "Per ascoltare guardo". E il lasciapassare per questo mondo dei sordi che è anche un mondo dei sogni. E, forse, la 1a volta che i sottotitoli di un film traducono un linguaggio gestuale, quello che pur variando da Paese a Paese, ricco di sfumature e sempre in evoluzione collega i sordi di diversa nazionalità. (Sono circa 130 milioni nel mondo; esistono varie categorie, dai "profondi" ai "leggeri".) Philibert ha fatto un viaggio dove l'intelligenza non è in contraddizione con la partecipazione affettiva e dove si sente la spinta a trascendere i limiti tradizionali del documentario per raccontare storie e personaggi. Con la sua espressività emotiva e visiva, è un ritorno alle sorgenti del cinema, alla sua grammatica primitiva. Insegna a vedere, a cuore aperto. Girato con il personale dell'Institut National des jeunes sourdes di Parigi.
Autore critica:
Fonte critica:Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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