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Gandhi -

Regia:Richard Attenborough
Vietato:No
Video:Columbia Tristar Home Video
DVD:Columbia Tristar
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:tratto dal libro "Vita di Gandhi" di Louis Fischer
Sceneggiatura:John Briley
Fotografia:Ronnie Taylor, Billy Williams
Musiche:Ravi Shankar
Montaggio:John Bloom
Scenografia:Michael Seirton
Costumi:Bhanu Athaiya, John Mollo
Effetti:
Interpreti:Ben Kingsley (Mahatma Gandhi), Candice Bergen (Margaret Bourke White), Edward Fox (Generale Dyer), John Gielgud (Lord Irwin), Trevor Howard (Giudice Broomfield), Ian Charleson (Charlie Andrews), Daniel Day-Lewis (Colin), Athol Fugard (Generale Smuts), Gunther Maria Halmer (Herman Hallenbach), Rohini Hattangady (Kasturba), Saeed Jaffrey (Sardar Patel), Geraldine James (Mirabehn), John Mills (Il Vicere'), Roshan Seth (Pandit Nehru), Martin Sheen (Walker)
Produzione:Indo-British - Carolina Bank - Goldcrest Films International - International Film Investors - National Film Development Corporation of India
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Gran Bretagna – India - Usa
Anno:1982
Durata:

188’

Trama:

Il film presenta fin dalle prime sequenze la morte di Gandhi e l'apoteosi dei suoi funerali. Chi hanno ucciso? La coscienza dell'umanità. Egli che aveva sempre lottato per la non violenza fu vittima della violenza, presentando nella morte, come in vita, un'impressionante somiglianza con il suo più grande maestro, Cristo. Il racconto della vita di Gandhi, splendidamente interpretato dall'attore inglese Ben Kingsley, inizia nel 1893 in Sud-Africa, con la famosa notte di Maritzburg, la piccola capitale del Natal, ove un poliziotto getta il giovane avvocato Mohandas Karamichad Gandhi dalla prima classe del treno (come indiano doveva viaggiare in terza classe) e dove ha trascorso la notte gelida (era inverno) nella sala d'aspetto. Così, nel silenzio e nella solitudine di quella notte africana, Gandhi, si era trovato per la prima volta, all'improvviso, dinanzi alla missione della sua vita. Dopo decenni, conversando col missionario inglese J.R. Mott, indicava nella notte di Maritzburg l'avvenimento più significativo della sua vita. Quella notte è costata all'Inghilterra un impero: l'impero delle Indie. Difatti Gandhi comincia le sue proteste con lettere, con articoli sui giornali, con raduni contro le ingiuste e assurde discriminazioni razziali del Sud-Africa: proibizione di camminare sui marciapiedi, necessità dei lasciapassare, delle impronte digitali e tante altre angherie. Alle reazioni violente della polizia, Gandhi, sanguinante per le bastonate, reagisce caparbiamente disobbedendo, con la non-violenza. "Pratica il Vangelo - afferma - sono le cose semplici che mozzano il fiato". Convinto della uguaglianza evangelica di tutti gli uomini, Gandhi denuncia le leggi discriminatorie contro gli Indiani, deciso a lasciarsi uccidere piuttosto che osservarle. Molti lo seguono in raduni e dimostrazioni. Caricati dalla polizia a cavallo, i dimostranti si stendono a terra e gli animali (più cristiani) rifiutano di calpestarli. Gandhi finisce in prigione, ma ormai più nulla lo arresta: ha scoperto la via di Dio, la via dell'amore. Alla fine i sud-africani devono arrendersi. Gandhi, liberato dalla prigione, ritorna in India, nel 1915. La fama l'ha preceduto. E' accolto trionfalmente a Bombay e si impegna a scoprire la vera India: quella umile, delle campagne, dei settecentomila villaggi. Accanto a Gandhi e nella sua luce si profila la coraggiosa figura della moglie Kasturba, ormai tanto remissiva e dolce, quanto all'inizio dei sessant'anni di vita coniugale (si erano sposati a 13 anni) era stata indomita e ribelle con l'adolescente marito, tiranno, crudele, follemente geloso. Il rimorso di queste colpe dell'adolescenza non rimargineranno mai in Gandhi e spiegano la bellissima scena del film, quando, sul fiume, Gandhi, risposa, in un dolcissimo idillio, la sua fedele Kasturba: "che possiamo sempre vivere come amici" - "Tu sei il mio migliore amico". Kasturba segue sempre il marito, senza mai capirlo a fondo. A contatto con la vera India, quella dei contadini, che faticano nei campi, sotto il sole cocente, Gandhi vive le drammatiche e commoventi situazioni degli umili, sopportate con una rassegnazione secolare. Alle ingiustizie dei padroni inglesi solo gli indiani devono reagire, devono sentirsi caparbiamente sicuri della vittoria della non-violenza. Perché questa sicurezza sia tutta indiana, Gandhi non esita ad allontanare il suo più grande amico europeo, che aveva incontrato in Sud-Africa e ritrovato in India, nel 1915: Charlie Andrews. Con l'uso intelligente della stampa e la potenza dell'opinione pubblica vengono le prime vittorie; ma inizia anche la reazione violenta degli inglesi che culmina nella strage di Amritsar del 13 aprile 1919, quando il generale Dyer fa sparare su una folla di circa quindicimila persone. Milleseicento proiettili, in dieci minuti, uccidono trecentosettantanove persone e ne feriscono millecentotrentasette. La strage è commentata nel film solo dal volto tristissimo di Gandhi. La legge marziale imposta dagli Inglesi dimostra la loro debolezza. Centomila indiani finiscono in prigione, ma come controllare gli altri trecentocinquanta milioni? La non-collaborazione continua. Gli abiti europei sono bruciati in un gran falò. Gli Indiani sono invitati a vestirsi semplicemente come Gandhi, con un pezzo di stoffa bianca, fatta in casa. E' l'abito dei contadini indiani. Entra ora nella vita di Gandhi, Mirabehn (Miss Slade), figlia di un ammiraglio inglese, che ha lasciato l'Inghilterra, per diventare discepola attiva e devota del Mahatma. Intanto si manifestano i primi contrasti fra Indù e Mussulmani: "Occhio per occhio - ammonisce Gandhi - finisce col rendere cieco il mondo" e inizia un digiuno ad oltranza. Le lotte fratricide cessano. Intanto la non collaborazione, la non-violenza contro gli Inglesi continuano: incoronano di ghirlande di fiori i poliziotti, iniziano la campagna per il sale dell'Oceano Indiano agli Indiani, accettano multe, prigioni, bastonate. Lo scopo della resistenza civile è di provocare la reazione o cambiare la legge. L'opinione pubblica mondiale, sensibilizzata dalla stampa, è tutta per Gandhi, contro gli Inglesi. Questi sono ormai prostrati dalla debolezza della loro violenza, dal ridicolo, dalla perdita di ogni ascendente. Gandhi ha vinto. L'India è indipendente. Ma il problema più grave è la divisione all'interno dell'India in Induisti e Mussulmani. Ha un bel dire Gandhi che sono come "l'occhio destro e l'occhio sinistro della stessa faccia: nessun padrone, nessuno schiavo"; Jinnah, il capo dei mussulmani, vuole l'India divisa, con la creazione dello stato del Pakistan mussulmano. Il conflitto Indo-pakistano ha il suo duro prezzo di un milione di morti. E' evidente il fallimento di Gandhi proprio nella sua patria riguardo alla non-violenza e all'unità, le due cause più care al suo cuore, piu' care della stessa indipendenza nazionale. Gandhi reagisce con un ultimo digiuno, disposto a morire per la non violenza del suo popolo, e vince. "I soli demoni - dice - che corrono nel mondo sono quelli che devastano il nostro cuore". Gandhi ha ormai 79 anni. Ritorna spesso sul pensiero della morte vicina e desidera una morte violenta: "Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera, per il mio assassino, sulle labbra, allora soltanto si potrà dire che ho posseduto la non-violenza del coraggio". Come aveva desiderato, così avvenne il 30 gennaio 1948. Godse, un estremista indù, lo uccise con tre colpi di rivoltella. Gandhi si accasciò sul terreno intriso di pioggia, mormorando "He Rama!" (Oh, Dio!). Dopo l'apoteosi dei funerali il film si chiude come era iniziato: su un immenso fiume, inondato dai raggi del sole al tramonto, con una barca che si allontana sulla corrente e scompare. Le immagini possono apparire un po' romantiche, ma non sono state mai tanto vere riguardo alla vita di un uomo, come nel caso di Gandhi, che ha illuminato, col suo messaggio di non violenza e di amore, non solo l'India, ma il mondo intero.

Critica 1:Vita, attività politica e morte di Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948): studi a Londra, apprendistato in Sudafrica, attività politica, digiuni di protesta, morte violenta per mano di un bramino e solenni funerali. Nell'impersonare il grande apostolo dell'indipendenza dell'India e della non violenza, B. Kingsley è straordinario. Appartenente alla categoria dei colossi con un'idea, il film è coinvolgente, convincente, un po' didattico. 8 premi Oscar: film, regista, Kingsley, sceneggiatura (John Briley), fotografia, costumi, scenografie, montaggio.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…)Gandhi, come film-spettacolo, non sfugge alle regole, ai pregi e alle limitazioni del kolossal, sia pure di taglio «spirituale» anziché epico - avventuroso. Intanto, svelato giustamente in partenza il finale (l'assassinio di Gandhi, nella cognizione comune, è l'unico dato certo e tanto vale, quindi, darlo per scontato anche emotivamente), procede per accostamenti progressivi, scendendo di girone in girone, o di bolgia in bolgia, verso la definizione del personaggio (e della sua «idea») e abituando gradatamente lo spettatore ad affrontare le implicazioni più ardue sia sul piano della cronologia storica sia su quello dello sviluppo del «messaggio» operativo del Mahatma. Tutto ciò avviene per grandi episodi - sequenza, ciascuno dei quali si svolge su un unico benché sterminato set e si conclude in se stesso, come in un serial televisivo, quindi secondo la norma della conclusione apparente che in realtà sollecita ad assistere alla puntata successiva. Tra episodio ed episodio viene operata un'adeguata cesura, anche di molti anni, che consente di rendere più lineare e paradigmatico il discorso, di sopprimere «deviazioni» imbarazzanti, di inserire vaghi quanto suggestivi riferimenti a ciò che è avvenuto fuori scena, come in un dramma shakespeariano che si rispetti. Gandhi, proprio con la sua presenza materiale (e con il «trucco» psico-fisico che consente a Ben Kingsley di impersonarlo), è sempre al centro dell'attenzione come a quello del campo di ripresa: sorta di carisma visivo, prima che ideologico o spirituale, unifica anche sullo schermo tutto ciò che è difficilmente unificabile (indù e musulmani, indiani e inglesi, poveri e benestanti, umili e ambiziosi). Il contorno è accuratamente predisposto: seguaci (alcuni seguaci) in posizione collaterale, «compagni di strada» subito identificati in «buoni» e «cattivi» (i musulmani appartengono da subito alla seconda categoria), «autorità» grette e meschine da porre sostanzialmente in imbarazzo più che da eliminare dal gioco (e tenendo le debite distanze fra boeri sudafricani connotati come vilains e inglesi d'India connotati come gentlemen o, nella peggiore delle ipotesi, come «fanatici»), donne di vario genere (una moglie un po' conculcata, un'adepta un po' misteriosa, due nipoti un po' troppo coccolate, una fotografa internazionale cui affidare la perpetuazione della propria immagine, nel senso di Life e delle sue copertine) che parrebbero avere un funzione soltanto figurativa se dietro ciascuna di esse non si cogliessero tensioni peraltro mai rivelate, partner e testimoni scelti non a caso nel vasto mondo dell'informazione (giornalisti, fotografi, scrittori, storici, cineoperatori abbondano, comprovando una predilezione per i mass-media che denuncia la «modernità» manageriale del Mahatma o almeno la sua disponibilità a passare alla storia), infine le masse che Gandhi e Attenborough «muovono» con la stessa facilità e con la stessa sorprendente perizia. Le folle che accorrono alle manifestazioni da lui indette, che attorniano i tribunali o le prigioni ove il Mahatma sfida la legge, che attendono il suo sbarco dalla nave che lo riporta in India o il suo arrivo sul treno con cui percorre ogni regione del paese, che si lasciano trucidare dall'esercito inglese o bastonare dalla polizia, che aderiscono allo sciopero generale da lui proclamato, che marciano con lui verso il mare, che convengono per ascoltare la sua parola o per assistere alla sua passeggiata, che sfilano al suo funerale, che attendono la dispersione delle sue ceneri nel grande padre Gange, e persino le folle che si massacrano vicendevolmente o che migrano secondo le grandi correnti imposte dalla spartizione del paese, tutte queste folle - sempre diverse e sempre uguali - ci offrono un'ineguagliabile sensazione di grandiosità, sia nella realtà sia nella finzione scenica, e insieme di drammatica impotenza, come se il mondo fosse davvero immodificabile e la sceneggiatura non volesse indurre altri effetti.
Un film «perfetto» come pochi, sostenibile come pochi (a parte qualche raro momento di stanchezza) per tutta la sua durata di oltre tre ore, indenne da vistosi anacronismi o da smagliature o da contaminazioni, fluente con imponenza mista a ieraticità come le acque del fiume sacro. Ma un film dove la costante luminosità non si trasforma in «luce», dove la pacatezza e la sagezza si confondono con la rassegnazione, dove lo scontro è finalizzato più al gioco degli scacchi (o al suo equivalente indiano) che a una vera volontà di mutamento. (…)
Autore critica:Lorenzo Pellizzari
Fonte critica:Cineforum n. 223
Data critica:

4/1983

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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