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Fury -

Regia:David Ayer
Vietato:No
Video:
DVD:Columbia Pictures
Genere:Guerra
Tipologia:La guerra, La memoria del XX secolo, La storia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:David Ayer
Sceneggiatura:David Ayer
Fotografia:Roman Vasyanov
Musiche:Steven Price
Montaggio:Dody Dorn, Jay Cassidy (Jay Lash Cassidy)
Scenografia:Andrew Menzies
Costumi:Owen Thornton
Effetti: Andy Williams, Derek Bird, Jerome Chen, Sean Devereaux, Mathew Krentz, Gregory D. Liegey, Taylor Tulip-Close, Mammal Studios, Look FX, Zero VFX
Interpreti:Brad Pitt - Don 'Wardaddy' Collier, Shia LaBeouf - Boyd 'Bible' Swan, Logan Lerman -Norman Ellison, Michael Peña - Trini 'Gordo' Garcia, Jon Bernthal - Grady 'Coon-Ass' Travis,Jim Parrack - Sergente Binkowski, Jason Isaacs - Capitano Waggoner, Xavier Samuel -Tenente Parker, Brad Henke (Brad William Henke) - Sergente Davis, Kevin Vance - Sergente Peterson, Scott Eastwood - Sergente Miles, Alicia von Rittberg - Emma, Anamaria Marinca -Irma, Laurence Spellman - Sergente Dillard, Osi Okerafor - Benton, Daniel Dorr - Tenente Schmidt, Bernhard Forcher - Maggiore Müller, Edin Gali - Sergente Maggiore Wolfe
Produzione:David Ayer, Bill Block, Ethan Smith, John Lesher per Le Grisbi Productions, Crave Films, Huayi Brothers Media, in associazione con Qed International, Lstar Capital
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Usa
Anno:2014
Durata:

134'

Trama:

Seconda Guerra Mondiale, aprile 1945. Mentre gli Alleati portano l'attacco definitivo in Europa, il grintoso sergente dell'esercito Don "Wardaddy" Collier guiderà un carro armato Sherman e gli uomini dell'equipaggio verso una missione mortale dietro le linee nemiche. Nel loro eroico tentativo di sferrare un colpo al cuore della Germania nazista, "Wardaddy" e i suoi uomini, pochi e male armati, si troveranno di fronte a terribili minacce...

Critica 1:(...) destinato a conquistarsi un posto di riguardo nei futuri repertori del war movie. (...) 'Fury' è un war movie, allo stesso tempo, di grande qualità e di grandi contraddizioni. Racconta una storia di guerra concepita secondo i classici parametri del genere: inquadrata come un romanzo di formazione attraverso gli occhi del soldato più giovane, nonché in equilibrio tra realismo e mitologia. Anche l'assortimento dei soldati è dei più tradizionali, col comandante stoico e determinato, ma interiormente sofferente, e i suoi sottoposti assortiti secondo caratteristiche macroscopiche. Però la struttura del film è singolare, organizzata per grandi blocchi narrativi: tre battaglie e, al centro, il lungo episodio dei militari nella casa di due donne tedesche, che produce una sorta di malessere mentre fa pensare, ma senza l'ironia di Tarantino, alle scene non belliche di 'Bastardi senza gloria' (cui rimanda anche la presenza di Brad Pitt al posto di comando). Inoltre il film resta sospeso tra sincero orrore (le stesse azioni degli americani sono al limite del crimine di guerra) e celebrazione dell'eroismo: insomma, mostra il conflitto con bagliori infernali ma ne ribadisce anche la necessità (quella contro il nazismo resta «l'ultima guerra giusta« ), sventolando la bandiera a stelle e strisce. Ciò che rimane stabile, in tutto ciò, è la qualità cinematografica. I riferimenti filmici sono numerosi e vari: da classici del genere più ('Salvate il soldato Ryan' di Steven Spielberg per la ferocia dei combattimenti e il senso di sofferenza nella carne dei soldati ) e meno (il magnifico 'Il grande uno rosso' di Samuel Fuller) recenti, fino al film israeliano 'Lebanon' (...). La solennità delle immagini e del paesaggio (il racconto è ambientato in una primavera grigia ancor piena di reminiscenze invernali), invece, rimanda al cinema di guerra sovietico. Ed è notevole la logistica della percezione con cui il regista David Ayer fa capire sempre allo spettatore la topografia delle azioni: anche le più complicate (vedi quell'autentico pezzo di bravura che è il combattimento tra lo Sherman e la 'corazzata' Tiger.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte criticaLa Repubblica
Data critica:

2/6/2015

Critica 2:L’abito di Fury è evidente, un film di major in disperata rincorsa d’adesione sia al gusto dello spettatore statunitense, che si sa è molto coinvolto dagli scenari di fuoco di casa propria e dei propri cari (leggi: cittadini), sia a una tradizione illustre, un genere che ha dato molto e nel quale in tanti hanno detto la loro. L’ennesimo film di guerra statunitense, dunque, e per di più ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, già sfruttata fino all’essicamento? D’accordo, però al netto di contesto e identità erano anni che non si vedeva un war movie così robusto, inquadrato per di più con stile controllatissimo (e ciò è ancora più sorprendente se consideriamo i precedenti del regista), poco urlato e poco isterico. Non è scontato.
È vero che il racconto procede per stereotipi e scene madri, ma dobbiamo meravigliarcene? Siamo cresciuti a forza di stereotipi e scene madri nel genere, e nessuno si sogna di sminuirne la forza e l’utilità nei film migliori di un Brian G. Hutton o di un John Guillermin. Altri tempi, si dirà. Ma in questi anni di immaginari accartocciati e sensibilità di piombo, spesso un film di genere riuscito (che ha dalla sua anche una grande colonna sonora di Steven Price) è già forse un bel film. Piuttosto credo sia più sensato assicurarsi se e quanto questi stereotipi e queste scene madri aggiungano spessore e meriti – anche soltanto nei confini dello spettacolo puro, per l’appunto – al film stesso.
Gli stereotipi di Fury, personaggi prima di tutto, sono prevedibili eppure ben sviluppati, immediatamente incasellabili in un’ipotetica galleria di figure del genere eppure coinvolgenti. Le scene madri, al contrario, sono tutt’altro che banali. Prendete la lunga sequenza nella casa delle due donne tedesche, che spezza l’andamento in crescendo e sembra far sedere il film, mentre invece lo raggela con una suspense da kammespiel improvvisa e imprevista. Prendete il duello fra i due carri armati, quasi una versione inedita e boormaniana di un faccia a faccia cavalleresco. E prendete il finale, dove il colore e la nitidezza si sciolgono al buio nel fumo delle esplosioni, una lunga resa dei conti che non ha niente da invidiare alla tanto applaudita tempesta di sabbia di American Sniper.
Fin qui, il gioco dello show, un going by the book che si rivela inaspettatamente a prova di falegname (o di artigiano, se vogliamo far contenti gli autorialisti). Però c’è di più. Perché nonostante il cliché dell’eroe giovane fatto e costruito sul campo, sbocciato fra sangue e morte malgrado se stesso, e di cui il pubblico americano ha bisogno come di un memorandum socio-antropologico che riguarda uomo e patria, la rappresentazione dell’esercito e del soldato è più cupa di quanto sembri. Non è casuale che ogni decesso avvenga solo ed esclusivamente al di fuori dell’abitacolo del cingolato, basta soltanto la testa a far capolino e si finisce al creatore: Ayer, anche sceneggiatore, è sufficientemente chiaro, l’eroismo (cioè, fra l’altro, distinguersi ed ergersi sugli altri) è un gesto sproporzionato che conduce alla morte; il carro armato, il suo interno, il suo dentro, è l’unica risorsa capace di mantenere in vita.
Ma come la mettiamo quando il veicolo e tutta la sua storia si rivelano via via inadeguati a fare i conti con veicoli ben più potenti (nello specifico, quelli dei nazisti)? La mettiamo che anche la Storia subisce un contraccolpo non gradito, un Paese e la sua Storia, bloccati e vinti dal nuovo diverso sconosciuto spaventoso che avanza. Lo scudo protettivo del carro armato Fury si sbriciola di fronte a un’avanzata del nemico ben più corazzata.
Eroi, allora? Può darsi, ma nel caso del giovane soldato, si tratta di un eroismo da sopravvissuto di una bara sui cingoli, destinata inevitabilmente allo sfascio davanti al Tempo che procede veloce, mentre se per eroe intendiamo lo stesso carro armato, vessillo pluridecorato di un credo dominante, il risultato è comunque meno celebrativo del solito, e anzi implica a ben pensarci – fra dentro e fuori, sotto e sopra, chiuso e aperto – un’idea sullo “spazio ideologico” che meriterebbe una riflessione più approfondita. (...)
Autore critica:Pier Maria Bocchi
Fonte critica:cineforum.it
Data critica:

4/6/2015

Critica 3:
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Data critica:



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