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Honkytonk Man - Honkytonk Man

Regia:Clint Eastwood
Vietato:No
Video:Warner Home Video (Gli Scudi)
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Clancy Carlile
Sceneggiatura:Clancy Carlile
Fotografia:Bruce Surtees
Musiche:Steve Dorff, Snuff Garrett
Montaggio:Toel Cox, Michael Kelly, Ferris Webster
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Clint Eastwood (Red Stovall), Kyle Eastwood (Whit), Verna Bloom (Emmy)
Produzione:Clint Eastwood
Distribuzione:Pic
Origine:Usa
Anno:1983
Durata:

122'

Trama:

Negli Stati Uniti verso gli anni '30 comincia la Grande Depressione. Una piccola famiglia di agricoltori dell'Oklaoma, pur trovandosi con il raccolto semidistrutto da un uragano, lascia partire il piccolo Whit con lo zio Red Stovall; perché Red è gravemente malato ed è un beone e, dovendo partecipare su invito a Nashville al festival detto "Gran Ole Opry", qualcuno deve pur occuparsi di lui. Red è, in realtà, un giramondo, ma anche un noto cantautore di musica "country" e, per di più, affezionatissimo al suo saggio nipotino: così i due partono in macchina e con loro se ne va il vecchio nonno, ormai desideroso di tornare al natìo Tennessee ed ai fantasmi della sua giovinezza. Il viaggio verso Nashville è lungo: Red si produce applaudito in balere ed in altri locali più o meno popolari, vive un po' di espedienti (perfino il furto di polli), in una casa di piacere fa iniziare Whit ai misteri del sesso, ma e sempre più malato (si tratta di t.b.c.) e la tosse ne squassa il petto. L'audizione a Nashville è un insuccesso, ma ad essa per caso assiste il rappresentante di una casa discografica in cerca di talenti: la maniera di cantare di Red Stovall piace e, tra prove e tosse, il disco sarà fatto e lanciato, proprio mentre Red muore, con accanto la fida bottiglia, una ragazzona conosciuta per caso e lo sconsolato nipotino che lo adorava.

Critica 1:Da un romanzo di Clancy Carlile che l'ha adattato. Nei primi anni '30 della Grande Depressione, un cantante country viaggia verso Nashville dove lo aspetta un'audizione alla Grand Ole Opry. Distrutto dall'alcol e dalla tubercolosi, guida una Lincoln decappottabile e con lui sono il nonno e un nipotino. Nono film di Eastwood regista, uscito in Italia con tre anni di ritardo per il tiepido successo in patria, è un dosato impasto di melodramma, commedia, umorismo, elegia e avventura: crepuscolare, un po' prolisso, alacre nell'azione e colorito negli aneddoti, manieristico ma non manierato.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Sembra arrivato il momento e l'occasione, discernendo all'interno di entusiasmi solo vagamente in grado di motivare le proprie ragioni, di riconoscere ad un personaggio (nell'accezione forte e densa del termine) come Clint Eastwwod, una intelligenza cinematografica che appariva sino a qualche anno fa di mera superficie, ovvero giocata interamente all'interno di una solida messa in scena di solidissime memorie tradizionali, a volte irrigidite fino alla disperazione. Il senso della vendetta e di un rispetto assolutamente inalienabile dei codice morale di westerner come Lo straniero senza nome o la religiosa violenza di personaggi come Callaghan, trovano un loro analogo altrettanto vivido forse in Stallone, nel suo risentito e incrollabile patriottismo. Eppure un film come Honkytonk Man viaggia distante anni luce da Rambo o Rocky, e non di meno Il cavaliere pallido che di Honkytonk ignora i registri elegiaci, di narrazione diretta. L'ultimo western di Eastwood infatti è tutto interamente nella stilizzazione di forza del genere. Di nuovo, dopo gli anni '70, una forte convenzionalità dei luoghi e dello sviluppo narrativo, un'esasperazione linguistica evidente nella impressionante messa a fuoco dello sfondo, affiancate a normali spostamenti di genere: industriali minatori al posto di grandi allevatori, quali oppressori di comunità locali; un prete vendicatore al posto di un giustiziere tradizionale o un eroe con passato da dimenticare come nei western tra i '50 e i '60. Un'operazione decisamente anacronistica (una rivisitazione western) che funziona (non al botteghino naturalmente) proprio in virtù di quelle linee di forza che dovrebbero risultare più consumate. E il discorso qui dovrebbe farsi più ravvicinato e complesso. Ma vale soltanto per mettere in luce lo spessore di un cinema che registra uno scarto di articolazione per alcuni insospettabile. C'è una componente indecifrabile in Eastwood, un risvolto imprevedibile del suo monolitico tradizionalismo, una specie di (quasi) shepardiana bellezza nella sua America, e non perché un film come Honkytonk Man attesti una sincera versatilità cinematografica, ma perché filtra tramite esso un linguaggio di emozioni che espone anche i testi precedenti a correzioni inevitabili. Il texano dagli occhi di ghiaccio, Bronco Billy, persino Callaghan, tutti personaggi accomunati da una inesorabile reticenza, trovano forse nel protagonista di Honkyton Man un fondo di melanconia oscura che cede alla confessione. Già il soldato Jonathan, nella sua notte brava sotto la direzione dell'amico e maestro Don Siegel, ne era gravemente segnato. Red Stowell, cantante country consumato dalla tisi tra I'Oklahoma e una California mitica mai raggiunta, sembra configurare l'immagine di un interesse tipicamente cinematografico negli spazi virtuali della biografia, dei paesaggio, dell'individualismo più caro della vita stessa. Puro cinema, pura geografia mitica americana raccontata senza l'urgenza di una rigida tecnologia dell'intrattenimento (che condiziona la percentuale di maggioranza dei cinema americano attuale), con generoso sentimentalismo.
Nonostante tutto questo, Honkytonk Man rimane un episodio probabilmente irriducibile al resto della filmografia di Eastwood. I caratteri di eccedenza (ridondanza) e leggerezza, contraddistinguono e investono dalla fondamenta la storia e il suo linguaggio, laddove caratteri quasi opposti contrassegnavano, con qualche fisiologica eccezione, le precedenti regie di Eastwood.
Qui tutto inizia prendendosi un gran tempo di analisi e descrizione. Red giunge con un ciclone (siamo negli anni '30 e la congiunzione dell'epoca storica con la ambientazione - la famiglia contadina - e l'evento narrativo - la calamità naturale - evoca immediatamente una stratificatissima sedimentazione: da Furore a Questa terra è la mia terra, dalla memoria storica alla sua recente rievocazione dei filone “contry”), e subito manifesta il suo silenzio, la sua indecifrabile distrazione. Viene ritrovato in macchina quasi sepolto dalla polvere e dalla tisi, svenuto e semiubriaco, mentre fa ritorno in auto, senza saper guidare, a casa della sorella.
Se fosse in bianco e nero potremmo parlare di un film di Walsh anche se il successivo umorismo ricorda più una scrittura alla Hawks: Red, infatti, in maniera forse unica per i personaggi interpretati da Eastwood, genera umorismo. L'ironia e il sarcasmo sono sempre stati uno strumento consueto della scuola dei “duri”, a patto che ad esserne l'oggetto fossero gli altri. Qui invece il protagonista ha un'aria svagata (e malata) e non tarderà a trovarsi al centro di situazioni comiche subite e non provocate. Come quando viene atterrito dalle reazioni di una vittima che vuole rapinare e quando la giovane Marlene tenterà di convincerlo che ha fatto l'amore con lei e che da questo è sorto un sicuro concepimento. Red Stowall, insomma una programmata e consapevole distrazione del cinema di Eastwood, disposto ad esporsi a contaminazioni esterne, che tuttavia (è questa importanza dei film) rivelano quanto il loro universo gli sia in qualche modo affine, congeniale.
Quanto il gusto della divagazione rimanga presente, anche se inespresso, nella incorruttibile reticenza dei suoi personaggi.
In questo senso Honkytonk Man potrebbe anche essere un film “alla” Ashby o Mazurski, in qualche modo complice della leggerezza e dell'eccentricità dello sviluppo narrativo (rinforzato solo la parte finale dalla descrizione dell'aggravarsi definitivo della malattia). Un road-movie (!), condito con i materiali più ruffiani (un anarchismo costitutivo del personaggio, un andamento picaresco della storia, la morte finale che sembra coronare e inequivocabiImente testimoniare l'esemplare anticonformismo dei protagonista), un esercizio intellettuale di riflessione sul sogno americano (!).
Ma, a parte che non ci sembra credibile l'immagine di un Eastwood alla ricerca di patentini di questo tipo (la Francia ha provveduto a conferirgliene di più prestigiosi, tutto sommato), Honkytonk Man non è un film di Ashby o Mazurski, non è neanche un film americano degli anni '70, non è neanche, naturalmente, un film di Walsh (ipotizzabile solo nell'esordio, se fosse in bianco e nero). È un film di Eastwood, il suo sentimentalismo è farinoso e senza profondità quanto il risentimento e il desiderio di vendetta, la durezza e il coraggio, del suo ossessivo individualismo.
La storia del cantautore country, che nell'era della grande Depressione insegue il sogno di una esibizione al Grand Ole Opry, tempio solenne di Nashville, si nutre dell'identico romanticismo del cavaliere che vendica la città. L'Honkytonk Man, che si ferma a suonare nei locali per camionisti, che si porta dietro il nipote (interpretato dal figlio Kyle) e il nonno, tutti riuniti di fronte al ricordo della corsa per il possesso della terra dei Cherokee del 1893, non è commovente, non è disperato. Anzi, a guardarlo meglio, questo film di Eastwood, che ha avuto poca fortuna, non può neanche essere considerato come un'accentuazione di quelle corde tenui, della maturità, della vecchiaia, messe in luce soprattutto in Breezey, o una escursione in territori altri e diversi dal suo cinema. In profondità il cinema di Honkytonk Man somiglia a quello di Lo straniero senza nome o Il texano dagli occhi di ghiaccio, di Bronco Billy, è un cinema sfilacciato, oscillante, mai capace di saldi possessi delle progressioni narrative. Un cinema debole nonostante l'uniformità delle sue fabulae e dei tratti dei suoi personaggi. E questa debolezza è proprio la condizione della bellezza di un film come Honkytonk Man. Non è infatti la sua moralità o la bellezza dei suoi personaggi, il fascino della storia o della cultura e della mitologia che esibisce, quanto la ricchezza del suoi toni, la deambulazione reale della storia, la mancanza di una finalità che insignorisca di sé l'intero film e i suoi personaggi. Anche a confronto con il più recente Sveet-Dreams, del più autorevole Reisz, anch'esso biografia di un cantante country destinato ad un tragico destino, il film di Eastwood ne esce fuori come rappresentante di un cinema distante anni luce. Con un protagonista che appare ora come un paterno educatore dei sentimenti (la scena dei bordello in cui il figlio-nipote prende contatto diretto con il sesso), ora come un adolescente perennemente decocentrato sulla propria vita, come un povero diavolo ammalato di tisi e scarsa ambizione, o come un cantante maledetto, coscienza infelice della sua cultura, vittima e protagonista della sua bellezza.
Potrà sembrare un paragone presuntuoso o facile (nel momento in cui tutto, mercato e pubblicistica, parla di lui) ma certo sensato (visto che Stallone occupa nello star-system lo stesso posto che Eastwood occupava fino a qualche anno fa), ma da un punto di vista autenticamente cinematografico, Honkytonk Man è il più antitetico film di un'opera come Rocky IV dove si esibisce un unico sentimento, un unico stato d'animo come segno esclusivo del personaggio, e dove tutto il resto (ambienti, altri personaggi, altri stati d'animo e quindi altre strategie dell'immagine), viene brutalmente gerarchizzato e svuotato.
In questo senso Honkytonk Man è un film prezioso e interessante. Capace di giocare il gusto del paesaggio e della sua suggestione fotografica (Bruce Surtees, direttore della fotografia, aveva già lavorato in molti altri film di Eastwood e in La notte brava del soldato Jonathan e Un mercoledì da leoni, tra l'altro), dell'iconografia familiare della mitologia country, dei segni d'epoca, lasciando alla regia e al racconto il gusto della divagazione pura, che ora si sposta verso la rimemorazione del passato (incarnato da John McIntire, visto in una rosa nutritissima di western), ora sembra scrivere qualche pagina sofisticata sull'infanzia, ora sulla marginalità dei protagonista, ed ora, finaimente, sulla sua tragica fine. è una sovrapposizione generosa nella sua programmatica incoerenza di una folla di modelli, personaggi, storie, paesaggi, oggetti (gli interni domestici e i microfoni d'epoca), figure. Un cinema che viaggia, davvero, nella topografia del suo immaginario. Pare che Eastwood, che premeva sin dal suo apprendistato televisivo perché gli venisse affidata la regia, riuscisse a ottenere la promozione sul campo (assai difficile da strappare) riuscendo a riprendere su un cavallo, camera a spalla, una mandria di bisonti in corsa che gli veniva incontro. Qualcosa di questa spericolatezza è rimasta nell'originalità tanto trasparente quanto indecifrabile di un film come Honkytonk Man.
Autore critica:Mario Sesti
Fonte critica:Cineforum n. 253
Data critica:

4/1986

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Honkytonk Man
Autore libro:Carlile Clancy

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