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Lost in translation - L'amore tradotto - Lost in translation

Regia:Sofia Coppola
Vietato:No
Video:Dolmen Home Video
DVD:Dolmen Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Sofia Coppola
Sceneggiatura:Sofia Coppola
Fotografia:Lance Acord
Musiche:William Storkson
Montaggio:Sarah Flack
Scenografia:K.K. Barrett, Anne Ross
Costumi:Nancy Steiner
Effetti:Travis Dutch, Gray Matter Fx, Rods & Cones
Interpreti:Scarlett Johansson (Charlotte), Bill Murray (Bob Harris), Akiko Takeshita (Signora Kawasaki), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Catherine Lambert (Cantante Jazz), Ryuichiro Baba (Portiere), Francois Du Bois (Pianista), Shigekazu Aida (Sig. Valentie), Richard Allen (Uomo d' affari americano) Hugo Codaro (Istruttore di aerobica), Yasuhiko Hattori (Amico di Charlie), Fumihiro Hayashi (Charlie), Hiroko Kawasaki (Hiroko), Hiroshi Kawashima (Barista nightclub), Nobuhiko Kitamura (Nobu), Tim Leffman (Chitarrista), Jun Maki (Cliente di Suntory), Mathew Minami (Presentatore Tv)
Produzione:Elemental Films, American Zoetrope, Tohokashinsha Film Company
Distribuzione:Mikado
Origine:Giappone, USA
Anno:2003
Durata:

105

Trama:

Due americani, il maturo Bob e la giovane Charlotte, si incontrano in un lussuoso albergo di Tokio. Star del cinema in declino, Bob è arrivato per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky: il lavoro non lo entusiasma ma il compenso gli fa passare ogni dubbio. Charlotte accompagna John, il marito, fotografo in ascesa che non rinuncia mai ad un incarico. Bob e Charlotte passano molto tempo in albergo, e anche la notte, presi entrambi dall'insonnia, si rifugiano al bar sempre aperto. Quando John parte per un impegno fuori città, i due riescono a passare un po' di tempo insieme. Conosciutisi meglio, e affrontato il discorso su matrimonio e famiglie (Bob ha moglie e due figli), escono, frequentano altre persone, vanno in qualche locale. Ma la Tokio allucinata delle luci e dei videogame non fa per loro. Più spesso restano in camera, parlano, si guardano. Dopo aver accettato di partecipare ad uno show televisivo (e Charlotte ne ha approfittato per andare a Kyoto), Bob capisce che è il momento di ripartire. Quella notte tuttavia una cantante del night si avvicina a lui e i due passano la notte insieme. La mattina dopo, Charlotte lo capisce e si allontana arrabbiata. Bob sta per lasciare l'albergo. Tra i due c'è un saluto imbarazzato. Dal taxi, Bob vede Charlotte per strada. Si ferma, la raggiunge, si abbracciano, la bacia. Charlotte piange. Ora si possono lasciare. Bob va verso l'aeroporto.

Critica 1:Un breve incontro, quello di Bob (Bill Murray) e Charlotte (Scarlett Johansson) in Lost in Translation. Spaesati, sospesi fra parole dal suono oscuro e sorrisi indecifrabili, non hanno spazio e non hanno tempo in cui stare: non ne hanno che per loro siano dotati di senso. Anche un albergo di lusso nel centro di Tokio può essere un non luogo, un tempo neutro e uno spazio asettico, intreccio fortuito di cammini casuali, reticolo di transiti fra altri spazi e altri tempi. L’attore cinquantenne e la ventenne alle soglie della vita si incontrano in questa zona vuota, e perciò anche libera.
Sofia Coppola, regista e sceneggiatrice, ha 32 anni. Dunque, è ben più vicina alla sua Scarlett che al suo Bob. Eppure riesce a vederli, l’una e l’altro, con lo stesso affetto e insieme mantenendo la stessa distanza narrativa da entrambi. Lost in Translation non è la storia di un uomo maturo che riscopre e rimpiange la freschezza, e non è neppure la storia di una donna giovane, ancora quasi una ragazzina, che insegue un’avventura e un modello paterno. Forse è anche questo, ma è soprattutto il racconto di un incontro impossibile e tenero, di una tenera e impossibile traduzione dal linguaggio di un’età al linguaggio di un’altra.
Se si fossero intravisti a New York o a Los Angeles, Bob e Scarlett non si sarebbero incontrati. E anzi non si sarebbero nemmeno davvero visti, per quanto fosse loro capitato di trovarsi fianco a fianco, come all’inizio del film succede in un ascensore. Forse lui avrebbe gettato uno sguardo su di lei, carina quanto basta per riempire il desiderio e il rimpianto di un attimo. Forse lei avrebbe fatto altrettanto con lui, tante volte visto sullo schermo, in televisione, sui rotocalchi. Ma poi si sarebbero dimenticati, come può capitare cento volte in un giorno.
In fondo, anche il cinema non li avrebbe davvero visti. se le loro storie non fossero uscite dall’ovvio del tempo e dello spazio per così dire “domestici”. Forse, trovandoseli vicini, avrebbe gettato uno sguardo sull’uno e sull’altra: lui così simile al proprio ruolo e lei tanto vicina a quello che l’attende. Ne avrebbe tratto una commedia, brillante o amara, ma risaputa. E poi se li sarebbe e ce li saremmo dimenticati. Ma così non accade per Lost in Translation. Nella prima metà dei film Sofia Coppola li isola. e appunto li “libera” quasi artificialmente, i suoi Bob e Scarlett. Mostrandoli spaesati, persi tra parole dal suono oscuro e sorrisi indecifrabili, li toglie dall’ovvio del loro tempo e del loro spazio, li induce a guardarsi, loro per primi. E così induce noi a vederli, a non fermarci al primo sguardo.
Ora; appunto, Bob non appare più identico al suo ruolo. Al contrario, soffre di non potersene liberare. Murray, bravissimo e misurato, ne mostra l’irrequietezza e la rassegnazione, tra il comico involontario degli spot che è venuto a girare a Tokio e la noia delle cene in albergo. Alle sue spalle, nell’ovvio dei suo spazio e nel suo tempo domestici, c’è un’insoddisfazione senza eccessi, moderata, e proprio per questo continua e angosciata. In fondo, il suo presente e il suo futuro pagano il prezzo, anch’esso moderato e continuo, d’un passato - la moglie, forse anche i figli - su cui gli sembra di non poter far conto.
E Scarlett? Lei è silenziosamente, disperatamente avviata a un futuro lontano dalle sue illusioni. Già ora, nelle disattenzioni dei marito John (Giovanni Ribisi), nelle sue piccole bugie meschine, quel futuro è alle porte. Fosse a New York o a Los Angeles, Scarlett stenterebbe ad accorgersene, almeno per ora. Ma a Tokio, spaesata e “libera” fra intrecci fortuiti e reticoli di transiti, le appare quel che l’aspetta, e la spaventa.
All’inizio non previsto e non voluto, poi però sempre più cercato e sperato, pian piano avviene il loro incontro. E tenero, dolce. Nasce come una simpatia incuriosita, poi cresce come desiderio di vicinanza, come un gioco che sempre più chiede d’esser giocato. Però, tenera e dolce, resta pili vicino all’affinità, alfa contiguità fra un padre e una figlia, che al desiderio fra un uomo e una donna.
Avvicinandosi e cercandosi, Bob e Scarlett sembrano cercare quello che a ognuno di loro manca, e che immaginano l’altro abbia: il futuro che in lei si mostra ancora del tutto possibile, l’autenticità che in lui garantisce sicurezza. E questo il loro breve incontro, non nato dalla passione, ma che alla passione potrebbe arrivare, magari approfittando della neutrale e asettica libertà di cammini casuali e reticoli di transiti. E tuttavia, come in ogni traduzione, è nel passaggio dalla lingua di un’età alla lingua dell’ altra che quell’incontro soprattutto si perde.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte criticaIl Sole 24 Ore
Data critica:

14/12/2003

Critica 2:Bob e Charlotte sono due turisti per caso. Due teneri e maIinconici spostati nello skyline freddo e affascinante di Tokyo. Città che ha, dalla prima sequenza, il ruolo di terzo protagonista di questa commedia/meIodramma su un colpo di fulmine lento, su un avvolgente amore pIatonico, fatto di sorrisi, di una carezza leggerissima di un piede, di corse per la città, di sessioni di karaoke, di insegne luminescenti, di bicchieri d’alcol, di visite ai templi, di sale giochi, di ascensori, di ristoranti, di notti lunghissime, di insonnie da jet lag, di bar di un hotel dal quale i due vorrebbero scivolare via in modo furtivo per lasciare prima la città e poi il Paese. Sono turisti e non viaggiatori. Non vogliono esplorare, conoscere o capire. Sono in quella eccezionale e distratta situazione di transito in cui quasi tutto potrebbe accadere e che interferisce è inevitabile con la loro vita americana. Lui (un impareggiabile Bill Murray) è un divo del cinema e della televisione che si trova nella capitale giapponese per girare uno spot pubblicitario di un whisky. Lei (Scarlett Johansson), laureata in filosofia, sta accompagnando il marito fotografo che la lascia continuamente sola con i suoi pensieri, la sua dolce perplessità, la sua noia. Charlotte si chiede chi abbia sposato. Bob considera quei pochi giorni un modo per prendere qualche ora di respiro dal suo lungo matrimonio con il corollario di telefonate di routine e di consulti per scegliere la tinta della moquette. Sono incompatibili per età, esperienze, aspettative, desideri, dubbi, altezza, umorismo e linguaggio. Questo non impedisce a Sofia Coppola (che conferma il suo talento, già evidente nel più teso e drammatico II giardino delle vergini suicide) di sfiorare e muoversi in una metropoli che le è cara, e stare vicino con discrezione e notevole chiarezza narrativa ai suoi due protagonisti e al consolidarsi della loro reciproca attrazione. Dalla curiosità, dalle battute scambiate davanti a un bicchiere all’amicizia amorosa, alla visione de La dolce vita all’impigrirsi su un letto, all’innamoramento, all’addio provvisorio con un abbraccio e con alcune parole sussurrate all’orecchio, non condivise con lo spettatore. La regia e il copione mescolano scene comiche (tra le più esilaranti quelle sul set cinematografico e su quello fotografico dello spot) a toni completamente diversi. Gag e commozione, divertimento e romanticismo.
Autore critica:Enrico Magrelli
Fonte critica:Film Tv
Data critica:

2003

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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