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Getaway! - Getaway (The)

Regia:Sam Peckinpah
Vietato:No
Video:Warner Home Video (Gli Scudi)
DVD:Film Tv
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Jim Thompson
Sceneggiatura:Walter Hill
Fotografia:Lucien Ballard
Musiche:Quincy Jones
Montaggio:Robert Wolfe
Scenografia:Angelo Graham, Ted Haworth
Costumi:
Effetti:Bud Hulburd
Interpreti:Steve McQueen (Doc McCoy), Ali Macgraw (Carol McCoy), Ben Johnson (Jack Beynon), Sally Struthers (Fran Clinton), Al Lettieri (Rudy Butler), Jack Dodson (Harold Clinton), Doug Dudley (Max), Maggie Gonzales (Car-Hop), Bo Hopkins (Frank Jackson), Roy Jenson (Cully), Jim Kannon (Cannon), Stacy Newton (Stacy)
Produzione:David Foster Productions - Solar Productions - First Artists - Tatiana Films - National General Pictures
Distribuzione:Cineteca Lucana
Origine:Usa
Anno:1972
Durata:

122’

Trama:

Doc McKoy, uscito anzitempo di prigione grazie a un disonesto politicante texano, Baynon, è costretto, per sdebitarsi, a rapinare una banca. Il colpo, al quale partecipano sua moglie Carol e due complici impostigli da Baynon, Rudy Butler e Frank Jackson, riesce. Sbarazzandosi di Frank, Rudy cerca di appropriarsi dell'intero bottino, ma Doc, più svelto, lo crivella di colpi. Lasciatolo sul terreno, convinti che sia morto, McKoy e Carol si recano a un appuntamento con Baynon per la divisione del malloppo. Durante l'incontro, Doc scopre d'essere soltanto una pedina di un intrigo piu' vasto, e che Carol, per ottenere la sua scarcerazione, s'era dovuta concedere a Baynon. Ucciso costui dalla stessa Carol, che vuole dimostrare al marito d'averlo tradito per amore, i due cominciano un avventuroso viaggio verso il Messico, tallonati dal redivivo Rudy e dagli uomini, guidati dal fratello, di Baynon. Riuscito a sottrarsi agli agenti, Doc affronta tutti insieme i suoi avversari, in un albergo al confine messicano, facendone strage. Grazie all'aiuto, infine, di un vecchio e del suo camioncino, egli e Carol varcano la frontiera.

Critica 1:Evaso dal penitenziario, rapinatore si ricongiunge alla moglie, compie un grosso colpo e con lei si rifugia nel Messico. Violento, amorale, stringato, ricco di eccessi e di tensione, questo film d'azione sulle imprese di una coppia criminale, reciprocamente infedele ma unita, è un efficace compromesso tra le ambizioni di S. Peckinpah e il divismo di S. McQueen. Sceneggiato da Walter Hill su un romanzo di Jim Thompson (1959).
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) In Getaway! Peckinpah è messo in grado di ritrovare il piacere del racconto a scatti, l'itinerario contrappuntato da incessanti e sanguinose esplosioni di violenza. (…)Il film si apre con l'inquadratura .che mostra alcuni cerbiatti che pascolano in cattività accanto al penitenziario. Dietro le sbarre Steve McQueen presenta il volto del bandito Doc McCoy con espressioni amare e scavate, sorprendentemente opposte a quelle - ancora fiere ed energiche - di Junior Bonner. La prima metafora è solare: come quelle inoffensive bestiole anche il pregiudicato Doc è un essere privato della libertà. «Cattivo» o meno, è oggetto di una violenza odiosa da parte del consorzio civile e come tale ha di primo acchito la simpatia del regista. Nei ricordi di Doc si materializza la figura di una donna - sua moglie Carol - molto desiderata, molto rimpianta: ancora una volta la coppia svolge un ruolo di primo piano ed è a partire da questa che si organizzano tutti gli elementi del racconto. Doc è un detenuto modello, ma la sua liberazione è dovuta a Carol che si muove all'esterno del carcere seguendo i suggerimenti del marito. La ragione dell'improvvisa libertà del detenuto McCoy è nell'incontro tra Carol e l'avvocato Beynon. Interpretato dall'attore Ben Johnson, uno dei preferiti di Peckinpah, Beynon personifica sotto il suo cappellaccio texano tutto ciò che il regista odia dell'America «ufficiale»: ricco, ambiguo uomo politico, presidente della commissione per il condono e per la libertà condizionata, questo potente corrotto fa scarcerare Doc per utilizzarlo in una rapina di cui è il mandante.
L'uscita di Doc dal carcere coagula il primo tema del film, la corrispondenza fisica tra un uomo e una donna incrinata da quattro anni di inferruzione dei rapporti. C'è una sequenza significativa al riguardo: giunto in un parco pubblico con la moglie, Doc si trova accanto ad un laghetto artificiale. Con un bellissimo montaggio «anticipato» il regista gli fa immaginare di buttarsi vestito in acqua con la donna, intrecciando con lei una specie di danza. Questi gesti liberatori sono rallentati; Peckinpah contraddice platealmente chi gli affibbia la meccanica equazione ralenti = sparatorie e uccisioni: interessa al regista anche la plasticità della gioia. La sequenza termina quando Doc, dopo averla pregustata nel pensiero, inizia davvero a vivere l'azione. C'è bisogno di questo tuffo per potersi purificare del passato, per liberarsi dall'estraneità che si è incrostata tra i due corpi e anche prima di fare l'amore è fatale ammettere che: «... ora non è piú come prima».
Il secondo tema del film è l'abilità di Doc nella sua dimensione di bandito: tutta la preparazione della rapina alla banca di Beacon City (il colpo riesce malgrado qualche contrattempo) è fondata sulle facoltà «scientifiche» impiegate dall'uomo per portare a termine l'incarico. Egli non ha la vocazione del criminale di classe, ma i suoi gesti secchi precisano un'efficienza sicura contrapposta alla nevrosi paranoica dei complici imposti da Beynon. Egli sa interpretare una fuga spettacolare in automobile, vivificando decentemente una sequenza tanto stereotipa. Sa colpire il torvo Rudy prima che questi possa a sua volta eliminarlo. Nonostante questo resta un perdente, uno che segue nel bene e nel male un codice interiore, cosa che lo mette in opposizione non solo al mondo legale ma anche ai suoi simili. Come non ricordare il rictus beffardo e cinico di Bogart?
L'ingranaggio del film scorre sin troppo disinvoltamente. Arrivato da Beynon con il bottino, Doc constata che mancano duecentomila dollari dalla somma rapinata: il fratello di Beynon è il direttore della banca ed ha avuto bisogno di questo marchingegno per mascherare un suo clamoroso furto «interno». Con una serie ad incastro di sorprese, Doc scopre che la moglie si è data a Beynon e che questi avrebbe progettato con lei di ammazzarlo dopo il colpo. È allora che Carol spara ed uccide il politicante con una rabbia distruttiva. Come ha notato il critico francese Benayoun, non sapremo mai se la donna ha colpito l'uno invece che l'altro
per scelta estemporanea o per lontana premeditazione. Sull'autostrada c'è una spiegazione decisiva tra i due fuggiaschi e Carol urla al marito la sua logica disperata: «Pur di tirarti fuori dai guai sarei pronta a darmi a tutto il Texas!». Il doppiaggio italiano è sconsolante e la voce di Ali MacGraw (lontanissima da Love Story, l'attrice riscopre le movenze feline de La ragazza di Tony) suona assai querula: tuttavia un nuovo tema del film si precisa prepotentemente in ogni suo atteggiamento. Si tratta di una donna eccezionale, una donna vera e come tale contraddittoriamente affascinante. È la compagna completa di Doc; decisa, stoica, disinibita e pronta a dedicarsi totalmente al suo uomo e a condividerne ogni esperienza. Sulla presunta misoginia dell'uomo Peckinpah si è insistito parecchio. Ma a noi interessa che le donne nei suoi film abbiano un peso rilevantissimo e convincente. Occupano nella gamma delle situazioni tutti i ruoli possibili: partendo da Kit, bruciante di sdegno e di ribellione ne La morte cavalca a Rio Bravo, siamo arrivati ad una Carol che calamita senza riserve l'ammirazione del narratore-demiurgo. Le prove che attendono la coppia non fanno che saldare l'incrinatura sottolineata all'esordio: il gangster indurito e la sua donna ritrovano la coerenza del rapporto - compromessa dalla separazione - nella solidarietà spontanea contro le continue minacce alla propria libertà. La sequenza cruciale del rinnovato incontro tra i due, si organizza però su una forzatura prolungata: nascosti - una sera - nella spazzatura, stanno per essere schiacciati da una pressa che impasta i rifiuti. L'arnese mostruoso - ripreso a lungo in primissimo piano - è sul punto di triturarli vivi ma i McCoy riescono a salvarsi e vengono scaricati nell'immenso deposito di rifiuti alla periferia della città. L'ironia della situazione non cancella il didascalismo di una pesante allegoria, impensabile per esempio nei western: la ruspa de L'ultimo buscadero non ammiccava a giudizi moralistici ed era il lavorio della memoria di junior che la investiva di poteri sacrificali. Comunque Doc pronuncia le parole che aprono il futuro: «A che serve fuggire se non stiamo insieme...», e Ballard si cimenta in un'alba inquietante. I due se ne vanno abbracciati, in un campo lungo che l'operatore riempie dei fumi nerastri fluttuanti sui mucchi di spazzatura che bruciano. Al finale, Peckinpah ci arriva dopo essersi soffermato sul massacro che risolve la convergenza di Doc, Rudy e gli uomini di Beynon nello stesso albergo. Le tre fazioni separate e distinte si scontrano per il possesso dei soldi in mano a Doc, ma nonostante l'agilità stilistica delle inquadrature (realizzate con gran dovizia di scorci, ellissi, inversioni di ritmo e ralenti) la vena del regista è ripetitiva, le morti si moltiplicano quasi indolenti, l'oltranzismo della violenza si sfalda in congelate tonalità parodiche. Gli artifici gratificanti di questa carneficina rimandano esclusivamente a se stessi e le traiettorie dei proiettili non provocano piú scompensi ideologici funzionali ma si esauriscono nel loro scontato destino balistico. Ma una volta eseguita la sua sequenza-feticcio, Peckinpah inventa - insieme ad Hill - un epilogo beffardo ed esaltante, del tutto opposto a quello della novella di Thompson che è funereo per i protagonisti (cfr. Getaway, Il Giallo Mondadori, n. 1245, 1972). Doc e Carol, per mettersi in salvo, impongono il loro trasporto ad un vecchietto che guida precariamente un furgoncino sull'autostrada. Questa specie di Walter Brennan (si tratta in realtà di Slim Pickens, altro attore beniamino del regista) accetta la situazione con stupefacente naturalezza: «... mi piace collaborare». In prossimità della frontiera i banditi fanno scendere il ridanciano proprietario; ma non rubano, anzi offrono prima diecimila, poi ventimila, infine trentamila dollari per il trabiccolo: pazzo di gioia il loro candido complice se ne torna indietro a piedi, mentre i due imboccano l'ultimo dosso che li porterà in Messico. Il teleobiettivo schiaccia e sfuma il colore bianco dell'automezzo (specchio del loro diritto a salvarsi) che si allunga verso la libertà: la fuga è riuscita. Ci sorprendiamo non tanto della figura autre del vecchio che, mentre accompagna di buon grado due ricercati al confine, borbotta: «Non c'è piú morale...», sentenza paradossalmente significativa, quanto del «lieto fine» che trasgredisce tutta una tradizione del film nero americano. (…)
Il Messico come terra promessa, l'ipotesi di una vita proseguita nella ricchezza e nella tranquillità, sono un po' il tentativo di rovesciare il tragico in ghigno sarcastico, trasgredendo il proprio catastrofismo ed esaltando i bagliori di una necessaria controviolenza. La zingaresca asocialità si rapprende in una strana vittoria: rinunciando a combattere ancora, ad attaccare, ci si può ritagliare un cantuccio riparato, una nicchia ideale per i «felici e contenti». E a questo punto, siamo proprio sicuri che la soluzione sia perfetta, la salvezza integrale? O forse l'utopia della fuga e la rinuncia allo scontro arrivano a plasmare un nuovo tipo di perdente, praticamente imbalsamato sotto lo smalto effimero del successo? Il bianco, oltre che dell'innocenza, è simbolo di assenza, di morte. Il finale - nonostante le sue griglie - si profila dunque aperto, e lo spettatore capisce appieno di aver circumnavigato attorno ad un nucleo etico asimmetrico, sfuggente o addirittura inesistente: il moto spiraliforme di questa conclusione ha cancellato in un sol colpo la serie di risposte faticosamente aggruppate nel flusso frenetico degli avvenimenti. La simpatia umana che si sprigiona da Doc e Carol va accettata tenendo presente la palude putrescente che li circonda. È un procedere per antitesi. Basta soffermarsi sul trio degli inseguitori Rudy - Fran - Harold per rendere subito discutibile una perentoria valutazione positiva accordata ai protagonisti. Il primo è la forza bruta, l'assenza totale di strategia, la resa vergognosa agli impulsi omicidi e paranoici incontrollati e incontrollabili. La seconda è una figlia perfetta dei tempi, non tanto perché ebete, quanto perché maneggia con atroce disinvoltura e con la medesima aberrazione tre cose gradevoli ma dissimili come il sesso, il cibo e la musica dei transistor. Il terzo è il silenzio, l'impotenza, il grigiore, la patetica dignità che porta ad un suicidio in gabinetto: piú che un perdente, un eterno ritirato. Di fronte a questa umanità francamente sconcia, la coppia fuggiasca può giovarsi - come abbiamo descritto - di alcune qualità pratiche: autocontrollo, accanimento, coraggio, astuzia. Ciò basta a fornirgli possibilità d'elezione, ma non a trasformare i due in campioni «dell'intelligenza superiore», come vorrebbe l'ipotesi critica che suggerisce una connotazione superomistica per i perdenti alla Junior e alla Doc. Junior Bonner non parla la stessa lingua dei suoi coetanei, del suo tempo, della sua nazione ma si limita - con sovrabbondanti qualità emotive - a combattere simbolicamente con tori e vacche nell'arena. Per Doc e Carol il discorso è molto diverso e coinvolge l'atteggiamento complessivo del regista. (…)
Autore critica:Valerio Caprara
Fonte critica:Sam Peckinpah, Il Castoro cinema
Data critica:

10/1975

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Getaway
Autore libro:Thompson Jim

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