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Calore e polvere - Heat and Dust

Regia:James Ivory
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Multivision
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile, Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Calore e polvere" di Ruth Prawer Thabvala
Sceneggiatura:Ruth Prawer Jhabvala
Fotografia:Walter Lassally
Musiche:Richard Robbins
Montaggio:Humphrey Dixon
Scenografia:Alexandre Trauner
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Christopher Cazenove (Douglas Rivers), Julie Christie (Anne), Julian Glover (Signor Crawford), Patrick Godfrey (Dottor Saunders), Nickolas Grace (Harry), Zakir Hussain (Inder Lal), Shashi Kapoor (il Nababbo),
Jennifer Kendal (Signora Saunders), Charles McCaughan (Chid), Greta Scacchi (Olivia)
Produzione:Merchant Ivory Productions
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Gran Bretagna
Anno:1983
Durata:

124’

Trama:

Anna, una giornalista della BBC, decide di andare in India. Tutte le lettere che la sua prozia Olivia scriveva alla sorella, alla sua nonna, negli anni Venti le sembrano estremamente interessanti. Olivia, giovanissima sposa, aveva all'epoca seguito in Oriente il marito, funzionario di Sua Maestà britannica, giovane e anche lui innamorato, ed era rimasta affascinata da quel mondo, così in contrasto con la facciata ed il perbenismo dei residenti inglesi: per innamorarsi poi del Nababbo del piccolo Stato ancora abbastanza autonomo, dove le famiglie inglesi trascorrono giornate che alla donna paiono noiose ed interminabili. Olivia aveva ceduto al signorotto; rimasta incinta di un bambino, che essa non sapeva se attribuire a questi o al marito, la donna aveva poi volontariamente abortito. Separatasi dal marito, Olivia aveva quindi vissuto con l'amante per morire, a suo tempo, tutta sola, deposto in seguito e morto il Nababbo, nella nuova Patria di adozione. Anna ripercorre l'itinerario della sua prozia, rimane incantata dall'India, dove riti e magie ancora resistono, rivisita i luoghi che la lettura delle missive le ha anticipati, vive nella semplicissima dimora di una famiglia indiana e dal giovanotto di casa avrà un figlio. Ma Anna, sulle prime incline all'idea di liberarsene, quel figlio, a differenza di Olivia, lo vorrà andando anzi a partorirlo nella località montana, che è stata l'ultima tranquilla residenza della sorella di sua nonna. Forse la Storia si ripete, ma non sempre nelle medesime condizioni o con analoghe soluzioni dei problemi delle persone.

Critica 1:Da un romanzo di Ruth Prawer Jhabvala: vicende parallele di due donne inglesi che, a sessant'anni di distanza, vivono in India una storia d'amore. E anche l'itinerario della ricerca che una donna di oggi compie sul passato scandaloso di una prozia. 8 film di ambiente indiano di Ivory, cineasta in guanti bianchi che non spreca mai un'inquadratura. E un quadro d'epoca di eleganza raffinata che non cade quasi mai nel decorativo.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Quest'India ha gli occhi dell'Europa: il clima monsonico e Le piogge di Ranchipur, le candide apparizioni delle signore inglesi presentate a palazzo, i rasi e le sete dei Nawab, il calore e la polvere. Un'immagine magica ormai consegnata alla Storia: a metà fra il passato ed il presente, fra l'oleografia e la rappresentazione del vero. Ha gli occhi di James Ivory, californiano «anglosassone», e di Anne (Julie Christie), eroina dei giorni nostri, in viaggio attraverso gli itinerari della memoria che solcano Heat and Dust. Ciò che vedono Ivory e la sua protagonista, la sua «voce narrante» (che poi, in definitiva, sono due, ed entrambe femminili), ha i contorni di un impero in decadenza, i volti e gli dei di una nobiltà senza regno, l'amarezza dell'esilio volontario, il triste percorso - ed epilogo - di un intreccio sentimentale trasgressivo. Anne «cerca» - come il suo «omologo» (dal punto di vista della funzione narrativa) di Messaggero d'amore (The Go-Between, 1971, Joseph Losey) - tracce del ricordo e luoghi nella ricostruzione epistolare di un mondo ormai scomparso. Si addentra, come la macchina da presa del suo autore, europea fra gli orientali, nel «cuore della tenebra», per cercare di trarne un brano di umanità e di vita. È una sorta di reportage, ciò che la coinvolge sempre di più, lei, cittadina della civiltà e giornalista, inglese e cosmopolita, sull'intimo delle cose, sull'infinitamente piccolo, lungo le righe di una lettera, l'emozione di una frase, un brusco cambiamento d'umore che può anche segnare l'esistenza.
Quando «parte» dall'Europa (fisicamente e idealmente), tutto è già successo, ma, come in un effetto di metempsicosi, tutto si prepara a succedere di nuovo: lo stordimento dell'india, gli umori e la malattia, l'amore ed il concepimento e una nuova «partenza» (fisica e ideale) verso le montagne, non per raggiungere la dimora del Nawab, clandestina, colpevole, bensì una basilica, un monastero buddista.
Dall'Europa all'India: è questo il Passaggio forsteriano di Ivory. Egli perde, ad ogni tappa, un po' di se stesso, la coscienza lo abbandona a fiotti, come le piccole avvisaglie di un imminente collasso o i ricorrenti flash-back in un racconto parallelo che ha ormai abbandonato le certezze della propria origine. La sua assomiglia più ad una «discesa» conradiana, che ad una maestosa rievocazione d'epoca alla David Lean (nella prima parte di Passaggio in India) o comunque alla maniera di tanto cinema coloniale: lo sguardo degli europei Ivory/Anne/Olivia (e noi stessi, abituati ad altro esotismo) si va facendo sempre meno lucido e «disattento» (nel senso occidentale del termine), sempre più profondo e febbrile, man mano che si preannuncia la soluzione (o l'insolubilità) dei conflitti.
Heat and Dust è, infatti, soprattutto uno scontro, un «trauma» che si ricompone, una spaccatura apparentemente irrimediabile che si ricuce, col tempo, con le generazioni e la diversità delle culture: negli anni venti (il film separa ed intreccia, nel proprio plot, due epoche lontane, fra loro, circa sessant'anni( Olivia Rivers, giovane sposa inglese giunta a Satipur per riunirsi al consorte Douglas, funzionario, in quella remota provincia, del Regno Unito, non sa assoggettarsi al ruolo che le convenzioni, e la «casta», le impongono, lasciandosi così attrarre dal fascino e dall'impenetrabilità di un Tabù; negli anni Ottanta, Anne (sua pronipote) ne insegue il ricordo, ne ripercorre le inquietudini, le ansie amorose, gli «incanti», replicandone l'avventura (e la ventura), a modo proprio, di vivere e penetrare il medesimo Tabù. Entrambe decidono, chi sull'onda di una passione travolgente, e chi, invece, spinta quasi da un bisogno interiore, da un incontrollabile desiderio di comprensione (di sé attraverso ('«altra»), di volgere le spalle all'Occidente e dimenticare (l'oblio della recherche ed il karma della fede) la Civiltà, per discendere il «fiume» (quello, simbolico, di Marlow/Conrad, in cerca del malefico Kurtz) fino alle sue propaggini più misteriose e segrete. Di entrambe, infatti, perdiamo, ad un punto quasi prestabilito del viaggio, i contatti e non importa conoscere o meno la loro autentica meta finale: Olivia esiliata dal mondo, fra le montagne, prigioniera per sempre della propria trasgressione, una «fuori casta» per gli europei, una «straniera» per gli indiani; Anne in cammino verso le montagne, dove, nella pace di un «santuario», porterà a termine (ma non sappiamo come), quasi sostituendosi al proprio «modello», una gravidanza irregolare, una nuova trasgressione, ciò che il passato (e «gli europei») dovevano ancora redimere.
Rimane, alla fine, di loro, soltanto il calore e la polvere del titolo: l'India restituita a se stessa, senza più splendori e miserie, quasi percorsa, si direbbe, da un «occhio» ridiventato orientale, scarna come in un film di Ray (con cui Ivory ha pure lavorato durante le riprese di Shakespeare Wallah), altrettanto ossessiva ed avvolgente, come la musica di un sitar o le illustrazioni pagane del kamasutra. Lo stile di Ivory diventa, di sequenza in sequenza, più rarefatto e «quotidiano», meno ufficiale ed «anglosassone» (come può essere, ad esempio, quello di Lean, che non riesce, se non nell'epilogo, a rendere palpabile tutta la magia di cui è carico il Passaggio in India forsteriano), quasi volutamente dimesso e privo di fascino «scenografico»; volti si sostituiscono ad altri volti e le sete colorate dei «sari» al cotone bianco delle giubbe, ai caschi, agli stivali di cuoio rosso. E un'«introduzione», anche questa, nel cuore di quel medesimo «fiume», dove abbiamo perso Olivia ed Anne, una separazione, l'ultima, dal «velo di Maya» che ha il potere di rivelare la verità.
È una questione di sangue.
Il tema centrale del film è l'atto sessuale, la copula, l'accoppiamento (ovvero ciò che di più intimo e profondamente fisico, corporeo, ed umano, può unire due esseri) fra due organi genitali, fra due corpi e due menti, due culture, due storie, due imperi, due continenti. E, soprattutto, la sua genesi ed il suo scopo: la concezione.
Olivia non si scontra soltanto con un «amore impossibile», con un altro Paese, con un rapporto disdicevole e condannato dalla società (da ambedue), ella riceve ed accoglie dentro di sé un altro sangue, diventandone nutrice e madre. Ivory inizia proprio da questo: nel prologo tutto è già accaduto e lei ha ormai rinunciato alla maternità «indiana» (diversa ed anomala), è andata ad abortire, incapace di spingersi oltre, inadeguata a «chiudere il cerchio», a «compiersi» ed a sciogliere, così, i conflitti. E termina con questo: Anne, fiduciosa, dopo aver respinto un goffo tentativo d'aborto, dopo aver capito di volere - al contrario dell'«altra» - il figlio «dell'India», si avvia, in solitudine, a partorirlo, fra quelle montagne che per Olivia avevano invece significato l'esilio. Ma la «compenetrazione» ed il concepimento sembrano rimanere comunque monchi di qualcosa, improvvisamente interrotti; entrambe mancano di un elemento per potersi ritenere compiute: la prima, del figlio, la seconda, del padre. Restano, alla fine, due donne sole, cui sia stata negata, inesorabilmente, proprio l'unione del sangue, la sua «parità». II sangue misto non conta, e non serve ad uscire dalla condizione, esistenziale, di «fuori casta». Così Heat and Dust e tutto il cinema di Ivory: irregolare, ribelle, anticonvenzionale, frastagliato, solitario come le sue eroine, e, pure, tanto (almeno in apparenza) compunto ed europeo, intimo, raccolto, con l'aria snob di trasmettere, attraverso l'ovvio, delle grandi verità. Ma, come le sue eroine Olivia ed Anne, incapace di realizzarsi completamente, di «concepire» con naturalezza, privo di figli o di padri, a seconda dei casi, e, comunque, sempre «meticcio» (che costituisce, d'altronde, la sua principale caratteristica produttiva: oltre allo stesso Ivory di provenienza californiana, ma di natura «indo-europea», troviamo coinvolti nel suo cinema il producer Ismail Merchant e la scrittrice Ruth Prawer Jhabvala, entrambi indiani).
Heat and Dust, al di là del suo «peso specifico», rimane per questo (in attesa del nuovo film tratto da Forster) una specie di bandiera dell'«impotenza» ivoryana: ogni sequenza pare come trattenuta, indefinita, interrotta, appunto. Quasi senza spazi (gli spazi di Lean, gli spazi del cinema coloniale), la storia diviene emblematica di una scoperta e di un'«incapacità», a violare fino in fondo il Tabù, a «mischiarsi» con l'Oriente per esserne parte. Olivia, chiusa per sempre nella dimora del Nawab ed Anne, che tornerà forse in Inghilterra, compiono scelte che - sia pure nel cambiamento doloroso ed entusiasta del loro rispettivo «status» sociale - le allontaneranno senza scampo da quel mondo, cui esse debbono la propria redenzione e la propria dannazione. E non è altri che il sangue a deciderne i destini.
Autore critica:Claver Salizzato
Fonte critica:Cineforum n. 249
Data critica:

11/1985

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Calore e polvere
Autore libro:Prawer Thabvala Ruth

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