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Da zero a dieci -

Regia:Luciano Ligabue
Vietato:No
Video:Fandango
DVD:Medusa
Genere:Commedia
Tipologia:Disagio giovanile, Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Luciano Ligabue
Sceneggiatura:Luciano Ligabue
Fotografia:Gherardo Gossi
Musiche:Luciano Ligabue
Montaggio:Angelo Nicolini
Scenografia:Leonardo Scarpa
Costumi:Marina Roberti
Effetti:
Interpreti:Massimo Bellinzoni (Libero), Elisabetta Cavallotti (Caterina), Pierfrancesco Favino (Biccio), Barbara Lerici (Carmen), Stefano Pesce (Giove), Fabrizia Sacchi (Lara), Stefania Rivi (Betta), Stefano Venturi (Baygon)
Produzione:Domenico Procacci per Fandango
Distribuzione:Medusa
Origine:Italia
Anno:2002
Durata:

99’

Trama:

Giovanni, Libero, Biccio e Baygon stanno partendo per il weekend, hanno lasciato impegni, famiglie problemi e responsabilità a Correggio e stanno andando a Rimini; luogo che già conoscono ma di cui hanno solo un ricordo lontano: un weekend dell'estate 1980.

Critica 1:Quattro amici sui trentacinque anni decidono di rivivere i fasti - e risolvere i drammi - di un week-end vissuto vent’anni prima a Rimini. Lasciano chi la moglie, chi lo studio medico, chi la propria stanzetta-feticcio di Correggio e partono alla volta di Rimini, in attesa di rincontrare le fanciulle che furono la controparte femminile di quelle scorribande marittime. Inevitabili rivivono attrazioni, complicità, confidenze in un groviglio di racconti e di bilanci sottoposti tutti allo stesso rito: da zero a dieci, che voto dai alla tua vita? Ci si ritrova tra le storie di ogni giorno: la malattia, i divorzi, i figli, i rapporti genitori-figli non risolti, l’omosessualità, i matrimoni assopiti, le utopie infrante, gli ideali soffocati dalla quotidianità. Il tutto condito dall’impeto irrequieto di Libero, il protagonista, dalla sua volontà di regalare a tutti un’emozione forte, dalla sua smania autodistruttiva che lo porta a non voler passare senza avere lasciato traccia di sé. Quella stessa spinta che lo obbliga a costringere gli altri a dolersi per sempre della morte del loro quinto amico, saltato in aria con la stazione di Bologna quel tragico 2 agosto del 1980.
Seconda prova di regia per il sanguigno cantautore Ligabue, dopo l’indimenticabile esordio di Radiofreccia, pellicola carica di emozioni sulla vita della provincia emiliana negli anni Settanta. La padronanza del mezzo cinematografico c’è, niente da dire, per uno che di mestiere fa tutt’altro, anche se sempre di creare visioni si tratta. E la capacità di emozionare pure, ma forse questo è già più pane per i suoi denti. L’intento della storia non sembra tradire ruffianeria e la buona fede trasuda dalla pellicola, a confermare le origini "dure e pure" del rocker emiliano, spinto dalla voglia di raccontare la semplice vita di una combriccola di amici alle prese col dolore e la difficoltà di essere grandi. Eppure, nonostante il piacere di certe inquadrature, di una suadente colonna sonora, delle ineccepibili prove d’attore del cast, il pathos finale del film, lascia il posto all’imbarazzo per l’ingenuità dei dialoghi, lo strabordare di luoghi comuni, la prevedibilità della sceneggiatura, il grottesco di alcune situazioni – anche sociali – al limite della verosimiglianza.
E non si può tralasciare l’accenno politico alla strage di Bologna che, nata come elemento portante di tutta la storia, viene buttato lì come una parentesi animata da una serie di commenti tanto lagnosi e triti da far venire la pelle d’oca. L’operazione rimpatrio poi, riuscita in maniera sublime ne Il grande freddo, in Fandango e anche nel nostrano Compagni di scuola qui scricchiola, si inceppa, e il flusso delle confidenze e dei ricordi non scorre fluido come dovrebbe. Peccato, per il talento di Ligabue, per le sue buone intenzioni, per l’idea di fondo del film che è comunque un evergreen di grande impatto emotivo.
Autore critica:Fania Petrelli
Fonte critica
Data critica:



Critica 2:Da zero a dieci , opera seconda di Luciano Ligabue dopo Radiofreccia , è un film dagli onesti limiti (sceneggiatura stereotipata, trappola della nostalgia «made in Rimini», schematismo psico-politico), ma anche con molti pregi nascosti, primo tra tutti una sentita democrazia dei rapporti umani, che lo rendono spontaneo, vitale e simpatico, con l’innesto di una fantastica scena in musical. Per raccontare il replay , dopo 20 anni, di un weekend al mare di quattro 35enni che vogliono riacchiappare la dolce ala della giovinezza con le quattro coetanee di allora (una sostituita nel frattempo), il rocker di Correggio non ricopia la sindrome di Peter Pan e non si allontana dalle sue radici. Ma s’inventa che tutto può essere votato, da uno a dieci, a partire dalla vita stessa. Se il gioco è allegro e contagioso, una paletta non si nega a nessuno, quello che nella storia merita un voto alto è il contagio affettivo, il modo di liberare i fattori umani, di qualunque segno siano: su 8 protagonisti due sono omosessuali e una bisex, credo oltre la media nazionale. Si tratta di realizzare un sogno proibito: il maniaco del blues terrà il suo concerto, il gay si traveste da Mae West e sfila da drag queen secondo una vetusta iconografia, il macho Baygon avrà la sua notte brava con un harem, mentre l’infelice del gruppo si porta addosso il complesso di colpa per un amico morto nella strage di Bologna nell’80. Prima che torni il lunedì, ci sarà un lutto da roulette russa automobilistica, tanto che Da zero a dieci si chiude nel segno della malinconia, ma non della rinuncia: poi si ricomincia. La filosofia di Ligabue è che la vita è breve, dolce e sfuggente. Non è uno scoop, ma ricordarlo sulla scia di Fellini e Tondelli in una sorta di mix tra Amarcord e Amici miei , produce un film di chiacchiere notturne, dove questa generazione, i fratelli maggiori dell’Ultimo bacio , si espone al gioco della verità e vorrebbe colmare i buchi del passato svendendo con sincerità un dittico sempre attuale, Rimpianto & Rimorso.
Autore critica:Maurizio Porro
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

9/2/2002

Critica 3:Luciano Ligabue, il musicista, dirigendo dopo Radiofreccia il suo secondo film Da zero a dieci, mostra una creatività nuova, una sensibilità viva e allegra per i personaggi, un realismo inedito rispetto alle occasioni sociali contemporanee. Non s´era mai vista prima nel cinema italiano una immagine tanto esatta del divertimento di massa, condensata a Rimini: l´affollamento, la frenesia da concerto, la volgarità mescolata al sentimentalismo, l´euforia dei corpi e della musica, la voracità, lo sperdimento di sè negli altri. Non s´era vista spesso un´identificazione tanto precisa di quella sensazione d´essere perpetuamente sotto esame che rende infelici, insicure e autolesioniste le persone giovani: dalla nascita all´età adulta e oltre, ogni ragazzo si sente sottoposto alle votazioni spietate del giudizio altrui, e sottopone la propria esistenza a graduatorie di successo o di fallimento quasi sempre deludenti. In film generazionali famosi quali «Il grande freddo», s´era visto al cinema (come in letteratura) il momento, cruciale soprattutto per gli uomini, dei 35-40 anni, quando la prima giovinezza se n´è andata e s´impone la stagione della routine frustrante, dei molti doveri e delle poche avventure: ma raramente quel momento aveva avuto la spontaneità e il tormento di Da zero a dieci. Quattro amici di Correggio in Emilia, e alcune delle loro amiche, passano un fine settimana a Rimini, nel modesto bagno-pensione Ambra, per tentare di ripetere e completare un week-end del 1980, ormai remoto però indimenticato. Sono ultratrentenni, sono gravati dal peso della nostalgia, della Storia, dei desideri inappagati, dei rimorsi infondati. In pochi giorni affannosi e buffi di rapporti spinosi, di scherzi e giochi, si consuma l´inevitabile addio alla prima giovinezza: oppure alla vita. Due sequenze sono veramente notevoli, nel film divertente: la prima è realizzata alla maniera fantasmagorica e scintillante del musical americano (tutte le musiche originali, e le canzoni «Libera uscita», «Questa è la mia vita», sono di Ligabue); la seconda, che ricorda l´amico morto a sedici anni nella strage alla stazione di Bologna, è realizzata con pudore e intensità esemplari. Se vuol continuare a fare il cinema (aveva assicurato che «Radiofreccia» sarebbe stato unico) Liga potrà utilmente concentrarsi sulle immagini, dopo aver messo così bene alla prova le sue qualità psicologiche, narrative, d´ironia e di emozione.
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte critica:La Stampa
Data critica:

10/2/2002

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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