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Gatti Persiani - Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh

Regia:Bahman Ghobadi
Vietato:No
Video:
DVD:01 Distribution
Genere:Drammatico
Tipologia:denuncia, Diritti Umani - La libertà
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Bahman Ghobadi, Roxana Saberi, Hossein M. Abkenar
Fotografia:Turaj Aslani
Musiche:
Montaggio:Hayedeh Safiyari
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Negar Shaghaghi (Negar), Ashkan Koshanejad (Ashkan), Hamed Behdad (Nader)
Produzione:Bahman Ghobadi, Mehmet Aktas per Mij-Film, Mitosfilm
Distribuzione:Bim
Origine:Iran
Anno:2009
Durata:

101’

Trama:

Teheran. Negar e Ashkan tentano di mettere su un gruppo musicale coinvolgendo altri musicisti. Tuttavia, coscienti del fatto che in patria non riusciranno mai ad esprimersi come vorrebbero, i due cercheranno di convincere i loro compagni a lasciare clandestinamente l'Iran. Ma senza soldi e senza passaporto l'impresa si rivela piuttosto ardua.

Critica 1:Sulla mancanza di libertá in Iran sappiamo sempre troppo poco, per nostra negligenza o opportuno, e opportunista, oscuramento dell'informazione. E così il cinema spesso ci fa da breccia, da cavallo di Troia per scoprirne i confini. Si rimane attoniti quando ci si getta nel prologo di No one knows about persian cats di Bahman Ghobadi (Certain Regard), e vediamo i protagonisti alla ricerca di passaporti e visti per andare all'estero: a Teheran, infatti, non possono sfogare la loro voglia di musica (sono appena usciti di prigione per essere stati spettatori di un live di un gruppo inviso alle istituzioni), e sognano Londra per un concerto tutto loro e «magari l'Islanda, per vedere i Sigur Rós, uno dei sogni che vorrei realizzare nella vita», come confessa l'ottimo protagonista di questo gioiello musical-cinematografico, Ashkan Koshanejad. Insieme alla sua compagna, la dolce e carismatica Negar Shaghaghi, girano la cittá, per trovare altri componenti alla loro band striminzita, e superare, con le buone o le cattive, le maglie della censura, della polizia- che li insulta perchè portano a spasso il loro cane, un essere impuro- e del governo.
Storia che il regista (che qui si ritaglia un antefatto-cameo) Bahman Ghobadi, conosce bene, famoso in patria solo grazie al mercato nero che ha diffuso i suoi dvd. «Ho voluto fare un'opera che si distanziasse dall'estetica della nostra cinematografia, parlando di qualcosa che per me è molto importante, la musica. Una finestra sulla libertá che viene sempre più a mancare e l'antidepressivo più potente che conosca. Il film viene dopo un periodo molto duro per me, in cui la musica undergroud iraniana mi ha aiutato in maniera determinante».
Storia politica e personale, quindi, che passa dall'essere un Buena vista social club iraniano a un ritratto intimista di una generazione repressa nei suoi impulsi emotivi ed artistici. Film giovane come da Teheran forse non ne sono mai venuti, sa giocare su più registri, da quello comico-chiassoso del traffichino Hamed Behdad, jolly straordinario per i cui occhi passano tutte le emozioni contraddittorie del film, a quello più drammatico di un finale che non scende a patti con la vitalitá di tutto il film. Uno splendido e durissimo confronto con la dura realtá questa docufiction, fotografia di un paese che ha in sè una cultura straordinaria- e una creativitá e un senso estetico unici- ma che da decenni combatte contro la follia fanatica del Potere politico-religioso.
Se Persepolis , con un bellissimo biopic animato, ci mostrava attraverso una ribelle la storia recente di un grande paese governato da piccoli uomini, qui scopriamo quei giovani che la loro lotta quotidiana la vivono picchiando sulle batterie, suonando la chitarra, cantando indie rock e rap duri e puri (quello nel film ha un testo anticapitalista che dovrebbe diventare un inno). E alla fine si ha voglia di trovare la colonna sonora e di urlare di rabbia.
Autore critica:Boris Sollazzo
Fonte criticaLiberazione
Data critica:

16/5/2009

Critica 2:Un anno dopo la presentazione a Cannes, I gatti persiani rinnova e aumenta oggi la sua carica vitale e critica nei confronti del despota Ahmadinejad che stronca il libero arbitrio ed imprigiona i suoi migliori intellettuali, vedi Panhai. Come Asghar Farhadi, di cui vedremo About Elly, anche Bahman Ghobadi, già autore del Tempo dei cavalli ubriachi, fa parte della nouvelle vague iraniana che abbandona il plus valore ieratico e quel sentimentalismo neo realista che hanno fatto trionfare i film iraniani nei festival, per sposare la causa della denuncia fatta con un quasi documentario «rubato» in 17 giorni di riprese nella quotidianità «non autorizzata» di Teheran, dove il regime proibisce vita sociale di cani e gatti e libera espressione musicale. Negar e Ashkan, coppia di musici appena uscita di prigione, progetta una trasferta a Londra per un concerto, s' industria per avere costosi passaporti e visti, vaga alla ricerca di giovani rockettari underground, luoghi di prova, vanno bene anche una stalla o una cantina. Il ritmo stesso è musicale, strattonato nel montaggio che ruba voci volti, con alcuni refrain sentimentali, non estetizzante. Mai come in questo caso il giudizio non deve essere astratto ma vivo perché, dice il rapper, la musica fa parte della società dove nasce, cresce, si diffonde. Curioso notare come questo film libero e bello, didascalico senza volerlo, dinamico come l' imprevedibilità della vita e della musica, sia speculare al Concerto dove profughi russi ebrei mirano a Parigi per suonare Ciaikovskji. E' un momento in cui la musica s' allea col cinema, ricordando l' ex violoncellista che si addentra nel mondo dei morti (sarà il Mastorna di Fellini tornato sotto mentite spoglie?) nel meraviglioso Departures. Il titolo richiama un inevitabile paragone: questi ragazzi, come i gatti persiani, che sono ricercati, devono vivere ed esprimersi nascosti: agli occhi dell' Islam la musica è impura in quanto fonte di allegria e di gioia (e rapporti sociali!). Figurarsi il cinema. Eppure questo coraggioso regista che, non riuscendo a lavorare in altro modo, s' è inoltrato a proprio rischio e pericolo in cantine buie, neo catacombe di Teheran, improvvisando un soggetto, garantisce il riscatto proprio con una testimonianza visiva (documentario, finzione, video clip) e per la prima volta testimonia della generazione che resiste, non si allinea nè si adegua all' infamia paritetica della politica liberticida e del fanatismo religioso che, giustamente, considerano il cinema un nemico perché esso non ha nulla da nascondere.
Autore critica:Maurizio Porro
Fonte critica:Il Corriere della Sera
Data critica:

16/4/2010

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



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