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Mese in campagna (Un) - Month In the Country (A)

Regia:Pat O'Connor
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Domovideo
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto da un romanzo di J. L. Carr
Sceneggiatura:Simon Gray
Fotografia:Kenneth MacMillan
Musiche:Howard Blake
Montaggio:John Victor-Smith
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Vicky Arundale, Kenneth Branagh (Moon), Colin Firth (Birkin), Tony Haygarth, Patrick Malahilde (Reverendo Keack), Natasha Richardson (Signora Keack), Richard Vernon
Produzione:Euston Film Production - Film Four International
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Gran Bretagna
Anno:1987
Durata:

99’

Trama:

Yorkshire, 1920. Birkin, un londinese reduce di guerra (è diviso dalla moglie) si installa in una casetta in mezzo al verde, ingaggiato dal vicario Keack del vicino paese per ritrovare sotto l'intonaco un antico affresco. Introverso com'è, oltre che traumatizzato da durissime esperienze belliche, egli si adatta alla meglio - presi accordi con il vicario suddetto, uomo brusco e glaciale - a vivere all'interno del campanile e presto si impegna nel recupero dell'opera, mentre poco a poco si innamora - sia pure in incontri rarissimi, quanto occasionali - della graziosa moglie del reverendo. Contemporaneamente, sul prato vicino alla chiesa pianta la sua tenda Moon, un altro reduce, un archeologo incaricato di trovare nel terreno un'antichissima tomba (e lui confida di scoprire anche i resti di una chiesa arcaica). Anche Moon (un omosessuale) ha riportato dalla guerra impressioni e immagini di morte, ma si è salvato per essere stato condannato a sei mesi di carcere, avendo violato la sua ordinanza. Birkin fa qualche conoscenza (il capostazione e i suoi bambini, affascinati dal suo lavoro di restauratore; il maniscalco del paese) e vive di lontano il suo timido sogno d'amore; Moon soffre da solitario la sua omosessualità (di cui Birkin viene informato da uno sconosciuto, ex-combattente anche lui), finché un giorno scopre la tomba ricercata e, dentro, lo scheletro di un uomo che reca al collo una mezzaluna di metallo. " Questi il pittore - forse un prigioniero, condotto un tempo in Inghilterra - autore di quel "Giudizio Universale" che Birkin è ormai riuscito a riportare integralmente alla luce, seppellito in quanto infedele fuori del cimitero e tuttavia presente nell'affresco. Un mese è trascorso: Moon smonta la propria tenda e pare deciso ad emigrare assai lontano. Anche Birkin, sbrigativamente pagato, dovrà partire e della donna con la quale null'altro vi è stato se non uno scambio di sguardi, non resterà che il ricordo, legato a quello del "Giudizio", dove beati e dannati appaiono uniti e divisi allo stesso tempo. Tutti gli esseri umani sono inchiodati alla loro solitudine, compresi quel vicario di campagna, deluso e amareggiato tra gente pigra e ipocrita e la giovane signora Keack, poco amata e destinata ad invecchiare coltivando rose e frutta.

Critica 1:Il film è finissimo, prezioso e da definirsi come perfetto. Si avvale di una interpretazione eccellente per naturalezza ed essenzialità ed è assistito da una notevole colonna sonora.
Autore critica:
Fonte criticaSegnalazioni Cinematografiche
Data critica:



Critica 2:1920, nello Yorkshire due reduci s'incontrano: Birkin, tecnico del restauro, deve riportare alla luce un affresco del Quattrocento; Moon, ex ufficiale e archeologo, ha il compito di rintracciare una tomba esterna al cimitero. Sceneggiatura solida di Simon Gray, dal romanzo di J.R. Carr, dialoghi calibrati, suggestiva rievocazione d'epoca, bravi attori di estrazione teatrale, fotografia funzionale raffinata, spessore psicologico. Ma è qualcosa di più di un film britannico di qualità in bella prosa. Fa pensare a un lago calmo e un po' mesto sotto la cui superficie ribolle una tempesta. Il suo sentimento profondo è il dolore, la pena dell'esistere, l'inferno in terra: un dolore che non esclude alcuno dei personaggi e permea tutto il racconto anche nelle sue pieghe più segrete.
Autore critica:
Fonte critica:Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 3:Il film di Pat O'Connor ha le caratteristiche di film «minore», ma rivela una elaborazione accurata e attenta ai dettagli che lo eleva a un livello qualitativo perfettamente in linea con i risultati dell'attuale cinematografia britannica.
Premiato al Bergamo Film Meeting 1987, A Month In the Country presenta quelle peculiarità che abbiamo imparato a conoscere come delle costanti di quella vasta produzione inglese giunta con facilità sui nostri schermi in questo ultimo periodo. Budget ristretto, ambientazione preferibilmente non contemporanea (forse l'unico cineasta che si confronta senza troppi problemi con la realtà odierna è Stephen Frears) ma in relazione a cui gli accenni (che, pur filtrati, mantengono una loro evidenza) alla attualità mostrano una continuità, una immutabilità sostanziale della società inglese. Troviamo inoltre una ottima qualità interpretativa e una regia accorta e discreta.
Ancora una volta viene messo in gioco l'attrito esistente tra il modo di apparire di una società e le tensioni che la percorrono sotto la spessa scorza superficiale. E su questo doppio livello che il film si costruisce. Doppio livello che mette in luce una serenità impossibile, uno squilibrio, che trova manifestazione privilegiata nella figura, introversa e ferita profondamente nell'animo dall'esperienza della guerra di trincea (che lo ha condotto a una revisione della fede), del signor Birkin.
Birkin, nonostante sia il personaggio principale, non possiede un nome. Di lui veniamo a conoscenza solo del cognome. Di fatto è un personaggio che funge da catalizzatore. Attraverso la sua presenza veniamo guidati attorno ad aspetti meno sereni e limpidi di questa provincia inglese, ma non scopriamo a sufficienza il personaggio Birkin, almeno non al punto di familiarizzare con lui. La serenità, peraltro è tutta concentrata nel paesaggio: è ogniqualvolta che entra in campo un personaggio che fanno il loro ingresso i turbamenti, i dubbi, o, corrispettivamente, l'ottusità di una fede dogmatica, senza alcun rispetto per il singolo individuo, fondata sulla colpa e sulla punizione. Che questo modo di pensare sia ben radicato nella comunità è evidenziato dalle parole di James Moon mentre ammira l'affresco quattrocentesco rinvenuto nella chiesa. Riferendosi alla raffigurazione di Dio afferma: «non vorrei essere un imputato se lui fosse il giudice». La sensazione di Moon integra ciò che prova Birkin assistendo alla predica.
Tornando a quanto si accennava più sopra, si può notare come privare Birkin del nome contribuisca a tenerlo staccato da noi, a frenare lo stabilirsi di una intimità che lo spettatore tende ad avere, come consuetudine, con il personaqqio principale. Questo contatto incompleto, tuttavia, non circonda Birkin di curiosità e di mistero. II mistero, piuttosto, è altrove, ed è da rilevare il fatto che in esso non trovino posto forme di suspence o di fascinazione. Il signor Birkin viene da Londra, ed è quindi, immediatamente, corpo estraneo in questo paese di campagna. Ancor di più egli proviene dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, della quale non riesce a scordare le atrocità e le sofferenze. Il signor Birkin di cui veniamo a conoscenza è un uomo che nei campi di battaglia ha perso la serenità, la vitalità, la fede, forse anche - se diamo ragione di alcuni accenni - la possibilità di una tranquillità familiare. Gli abitanti di Oxcopy non percepiscono questa mancanza, abituati come sono a non vedere che un involucro, un'apparenza. I silenzi di Birkin (è vittima tra l'altro di un balbettìo causato dai traumi della guerra) danno consistenza a ciò che è dentro l'involucro del proprio corpo, oltre il rispetto per le convenzioni.
Birkin si presenta in un modo che segna la sua differenza, alla quale comunque non riuscirà a dare voce nel corso del film. Arrivato a Oxcopy in pieno temporale, rifiuta l'ombrello del ferroviere e si avvia verso la chiesa dove dovrà compiere il suo lavoro, attardandosi di fuori per accertarsi delle condizioni esterne dell'edificio...
O'Connor è particolarmente abile nel fare sì che le immagini siano ricche di ciò che è negato alla parola. Sembra che le immagini sorgano autonome rispetto a un significato di cui la parola non si fa portatrice, che la realtà in cui si viene a trovare Birkin emerga con naturalezza, al di là delle battute, dei dialoghi del film, mai di livello drammatico, di conflittualità. Parola, infine, che non si fa mai confessione e la cui capacità di rivelare rimane sospesa e vanificata dall'impossibilità di trovare un ascoltatore, dal disconoscimento del proprio valore. Per illustrare meglio tutto ciò occorre rifarsi alla scena in cui Birkin è incuriosito da un fatto: l'affresco, appena riportato alla luce, rivela una qualità rara, ma si dimostra anche incompiuto e privo di un riconoscimento dell'autore. La forte curiosità di Birkin lo porta a scoprire abbastanza facilmente il perché, intuendo come l'autore fosse morto cadendo dall'impalcatura. Non può che farne partecipe l'unica persona con la quale trovi delle affinità, James Moon, ma questi accetta con noncuranza, senza emozione, l'ipotesi di Birkin. Non è un caso se il rapporto Birkin-Moon si prospetti come l'unico che goda di qualche possibilità di esistenza, di scambio amichevole. L'esperienza militare comune è certo una prima spiegazione, ma ve ne sono altre: entrambi scopriranno un mistero (il medesimo) riportando alla luce le testimonianze di un avvenimento accaduto nel '400. Entrambi non fanno parte della comunità e l'abbandoneranno una volta terminato il lavoro.
Ma c'è un unico rapporto che vede Birkin partecipare totalmente: è quello che lo lega al dipinto che prende forma sotto i suoi occhi. L'umiltà che lo porta a rifiutare la qualifica di artista affibbiatagli dai bambini, gli consente di avvicinarsi a chi artista lo è stato (e tuttavia mai a mettersi al suo posto), e, in bilico tra i sentimenti confusi e contrastanti che lo invadono, lo conduce ad affermare: «comprendo ciò che lo ha ispirato». Birkin è di fronte al muro bianco dietro a cui giacciono le forme e i colori di un affresco che il reverendo Keach teme in quanto può distogliere l'attenzione dei fedeli (come dice lui). Lo osserva, lo tocca (la musica off sottolinea questo avvicinamento). Stabilisce un contatto iniziale e i primi colpi delicati che sciolgono la crosta bianca fanno venire alla luce gli occhi, e quindi lo sguardo, di Dio. Birkin comincia dal centro, comincia dallo sguardo, a partire da cui prenderà forma la pittura, una raffigurazione del giudizio universale. Sarà solo ai bordi dell'affresco, ormai completamente rinvenuto che apparirà la scena inquietante, terribile, di un musulmano torturato. È alle estremità, quindi, nei contorni, che l'opera è in grado di suscitare interesse, di definire nella sua complessità la raffigurazione. Allo stesso modo Moon pianta la tenda in mezzo al campo e da lì inizia i sondaggi del terreno, ma sarà ai margini del campo, dietro la chiesa, che troverà la tomba, in cui accanto ai resti di un uomo si trova una catenina con la mezzaluna. È lontano dal centro, lontano dal punto di partenza che l'insieme si completa, che sorgono interrogativi, che si trovano risposte. Allo stesso modo è solo allontanandoci dall'asse portante del film, dalla linea narrativa principale, che possiamo meglio comprenderlo nel suo insieme, e, assieme ad esso, il senso di un'opera nella quale confluiscono motivi meno staccati tra loro di quanto possa apparire a prima vista.
La costruzione del film è basata su questo spostamento, sulla perdita, sul venire meno di un punto di equilibrio, del baricentro. Di una focalizzazione, insomma, attorno a cui si organizzino gli avvenimenti. Tutto è respinto lontano dal centro, là dove si radunano i dati minimali dell'insieme, le tracce di quella mancata consistenza narrativa a cui l'attenzione dello spettatore aspira. La storia si vanifica, venendo meno ogni possibile «intreccio», ogni sviluppo. L'impianto narrativo riprende metaforicamente lo stato d'animo di Birkin: la perdita di un riferimento, della guida che lo sguardo dell'affresco simbolizza. (…)
Autore critica:Fabio Matteuzzi
Fonte critica:Cineforum n. 275
Data critica:

6/1988

Libro da cui e' stato tratto il film
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