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Diari della motocicletta (I) - Motorcycle Diaries (The)

Regia:Walter Salles
Vietato:No
Video:Bim
DVD:Bim
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, I giovani e la politica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto da "Notas De Viaje" di Che Guevara e "Con El Che Por America Latina" di Alberto Granado
Sceneggiatura:Jose' Rivera
Fotografia:Eric Gautier
Musiche:Gustavo Santaolalla
Montaggio:Daniel Rezende
Scenografia:Carlos Conti
Costumi:Beatriz De Benedetto, Marisa Urruti
Effetti:
Interpreti:Gael Garcia Bernal (Che Guevara), Rodrigo De La Serna (Alberto Granado), Mercedes Moran (Celia De La Serna), Jean-Pierre Noher (Ernesto Guevara Lynch), Susana Lanteri (Tia Rosana), Mia Maestro (Chichina Ferreyra), Gustavo Pastorini (passeggero), Marina Glezer (Celita Guevara), Lucas Oro (Roberto Guevara)
Produzione:South Fork Pictures, Filmfour, Tu Vas Voir Productions, Senator Film Produktion
Distribuzione:Bim
Origine:Argentina – Cile - Peru' - Usa
Anno:2004
Durata:

126’

Trama:

Viaggio attraverso l'America Latina del giovane Ernesto Guevara - era il 1951 e lui a 23 anni era ancora ben lontano dal diventare il 'Che' e dalla rivoluzione cubana - a cavallo della sua moto e in compagnia del suo amico biologo Alberto Granado di nove anni più grande di lui.

Critica 1:"Viaggiamo per viaggiare", dice Ernesto Che Guevara de la Serna (Gael García Berna) a chi gli domanda perché mai, con il suo amico Alberto Granado (Rodrigo De La Serna), stia attraversando l'America Latina. Avrebbe potuto rispondere in molti modi: per conoscere un continente grande e sfortunato, o per arrivare su in alto, fino a San Pablo e al suo lebbrosario, o anche per prender congedo dalla giovinezza. Ma il futuro "Che" non indica altra meta per il loro viaggio che il viaggio stesso. E in questa risposta lasciata aperta sta il senso migliore di I diari della motocicletta "Diarios de motocicleta", Argentina, Usa, Germania e Gran Bretagna, 2004, 125'). Sono molte le ragioni che un viaggiatore può addurre per la sua decisione di mettersi in cammino, e almeno altrettanti sono gli scopi, alcuni anche sinceri. E però tutti rischiano di impoverire la sua esperienza. Avere una meta, "conoscerla" già prima d'esserci arrivati, banalizza il viaggio. Se non è solo in transito, se non si sposta solo da luogo a luogo, il viaggiatore è una sorta d'eroe che s'avventura oltre la soglia dell'ovvio. Il suo valore è misurato dalla sua disponibilità a disorientarsi, e a perdersi. Perdersi, alla fine, è la condizione per rotrovarsi. Disponibili a disorientarsi, aperti all'infinita ricchezza del possibile, Ernesto e Alberto salgono dunque sulla loro "Poderosa", sulla vecchia e (felicemente) inaffidabile Norton 500. Siamo nell'Argentina di Juan Péron, ed è il 4 gennaio '52. Da qui a meno di tre anni, la Francia dovrà andarsene dal Vietnam, per poi essere sostituita dagli Usa. Nella Saigon di The Quiet American, nel '55 (ma nel libro si tratta del '52) Graham Green farà dire a un suo personaggio che "presto o tardi occorre prender partito, se si vuole restare umani". A Parigi, nel '51 Albert Camus ha scritto qualcosa di molto simile in "L'homme revolté". E ora, proprio in questo gennaio, Jean-Paul Sartre decide di farlo attaccare da Francis Jeanson. Non è ortodosso, Camus, non si fida di alcuna verità, e non ci si affida: questa è la sua colpa. Intanto, appunto, Ernesto e Alberto si mettono in viaggio. Alle spalle si lasciano il loro breve passato, davanti hanno il futuro. Così inizia il film che Walter Salles e lo sceneggiatore Jose Rivera traggono da due autobiografie di Guevara e Granado: senza altra preoccupazione, senza altra "cura" che stare in sella alla "Poderosa". I giorni e le settimane non hanno limiti, nemmeno quelli che Alberto ha programmato sulla carta geografica. Volentieri il cinema s'abbandona a quest'infinitezza sospesa. L'amore di Ernesto e Chichina (Mia Maestro), le avventure veloci di Alberto, gli stratagemmi per rimediare un pranzo e un letto, la neve inaspettata sulle montagne del Cile, la fuga da un marito ubriaco e geloso: tutto arriva e tutto scorre via, nell'ingenuità di un tempo che sembra ostinarsi a non conoscere direzione e senso. E tuttavia, di settimana in settimana, il viaggio cerca e trova la sua direzione e il suo senso. Capita per esempio che i due amici arrivino a Macchu Picchu, e che vedano quel che resta d'una grandezza ormai morta. E capita anche, semplicemente, che vedano gli uomini e le donne, nelle strade e nei mercati: volti e voci che, d'improvviso, non sono più lontani, e che costringono a interrogarsi. Un uomo e una donna vedono sopra tutti gli altri: costretti a fuggire, derubati della loro stessa casa, agli occhi di Ernesto e di Alberto sono una domanda di carne e di sangue. Come si può non prender partito, come si può non "prendersene cura", se si vuole restare umani? Ora davvero i due viaggiatori han varcato una soglia. Si sono persi nel continente che credevano di conoscere, ma di cui conoscevano solo la carta geografica. Si sono disorientati. Ed è stato proprio quel che hanno visto a farli perdere, a disorientarli. Ora per loro si tratta di ritrovarsi, e dunque di cominciare ad avere un futuro, nella serietà della vita adulta. Ma non sarà lo stesso futuro, ne sarà lo stesso "prendersi cura". Uno, Alberto, sceglierà la via più normale, più oscura: in ospedale, giorno dopo giorno, a tentare e ritentare, nella faticosa speranza d'essere utile. Non è incoerente, questa sua scelta, con la sua abitudine di considerare la vita con troppo rigore. E' pronto a mentire, e a perdonarsi molto. Dunque, è pronto a perdonarlo agli altri. E soprattutto è pronto a tentare e ritentare. Ernesto è più sofferente e più duro. Ed è più preoccupato della verità, che gli sembra più importante degli uomini e delle donne a cui la dice, e più della sua stessa vita. Che sia la sua, la scelta giusta, o che sia invece quella di Ernesto, in ogni caso i due viaggiatori han finito per trovare il senso del loro viaggio.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte criticaSole 24 Ore
Data critica:

30/5/2004

Critica 2:"Diari della motocicletta", così come Che Guevara li aveva raccolti in un libro che in italiano si intitola LatinoAmericana (appena riedito da Feltrinelli per la modica cifra di 5 euro), erano un romanzo di formazione, l'incontro con la povertà della "Maiuscola America", il sogno di udire prima o poi "il grido belluino del proletariato trionfante". Insomma, la trasformazione del giovane borghesuccio argentino Ernesto Guevara, destinato a un matrimonio d'interesse e a una sicura laurea in medicina, nel "Che", futuro leader rivoluzionario nonché icona da sezione di partito, da negozio di magliette, da curva di stadio. Tutto ciò che sappiamo del "Che" - anche, come no?, la sua mutazione in santino - nasce da lì, da un viaggio lungo tutta l'America Latina compiuto assieme all'amico Alberto Granado dal dicembre del 1951 al luglio del 1952. Una simile storia non poteva non diventare un film. Gianni Minà ci ha girato intorno per anni, coinvolgendo in tempi diversi Ettore Scola e Luis Puenzo, e arrivando infine ad un produttore di lusso come Robert Redford, che per fortuna è stato sufficientemente illuminato da assoldare un regista sudamericano e imporre un cast ispanico ("il Che non può dire okay", è stata la massima che ha guidato Redford: muchas gracias, Bob; per altro, con tutti gli ispanici che ormai vivono negli Usa, potrebbe essere una scelta intelligente anche sul piano commerciale). Il progetto è finito nelle mani del brasiliano Walter Salles, che poteva anche distruggerlo: per fortuna lo stile pseudo-neorealista del suo Central do Brasil ha prevalso su quello videoclipparo-neocolonialista di Abril despedacado. Salles ha fatto un film onesto. Si è messo al servizio degli attori (il messicano Gael Garcia Bernal è il Che, Rodrigo de la Serna è Granado) e dei paesaggi, "sospendendo" lo stile, facendo parlare il continente. Il risultato è un affascinante film "on the road" che mescola Easy Rider con il Don Chisciotte (dove naturalmente il Che è il cavaliere dalla triste figura e Granado il suo simpatico, debordante, sensuale Sancho Panza). Ciò che manca, per la serie "vorrei ma non posso", è la nascita del leader: non basta che Bernal, nel finale, mormori con aria mesta "c'è tanta ingiustizia in questo mondo" per spiegare come il grazioso giovanotto visto sullo schermo diventerà un guerriero capace di aiutare Castro in una rivoluzione. I diari della motocicletta è un ritratto del rivoluzionario da giovane, in cui il "giovane" finisce per mettere in ombra il "rivoluzionario". Vi regalerà comunque due ore piacevoli (da domani è nei cinema, distribuito dalla Bim) e vi farà, garantito, l'effetto che fanno sempre i road-movies azzeccati: l'irrefrenabile voglia di recarvi nella più vicina agenzia di viaggi. In quanto al Che, il suo personaggio tornerà presto sugli schermi con la grinta ben più ruvida di Benicio del Toro in un film che sarà diretto da Steven Soderbergh; doveva dirigerlo Terrence Malick, che purtroppo si è fatto da parte.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

20/05/2004

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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