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Tabù - Gohatto - Gohatto

Regia:Nagisa Oshima
Vietato:No
Video:Elle U Multimedia
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Nagisa Oshima, tratto da un libro di Ryotaro Shiba
Sceneggiatura:Nagisa Oshima
Fotografia:Toyomichi Kurita
Musiche:Ryuichi Sakamoto
Montaggio:Tomoyo Oshima
Scenografia:Yoshinobu Nishioka
Costumi:Emi Wada
Effetti:
Interpreti:Takeshi Kitano (Toshizo Hijikata), Ryuhei Matsuda (Sozaburo Kano), Shinji Takeda (Souji Okita), Tadanobu Asano (Hyozo Tashiro), Yoichi Sai (Isamu Kondo), Kazuko Yoshiyuki (Watigaiyano Nakai), Masato Ibu (Hyozo Tasshiro), Tomoro Taguchi (Toujiro Yuzawa), Jiro Sakagami (Genzaburo Inoue)
Produzione:Shochiku Films
Distribuzione:Bim
Origine:Giappone
Anno:1999
Durata:

100’

Trama:

Nel Giappone del 1865, presso il tempio di Noshi-Hoganji, si procede al reclutamento delle giovani leve che, dopo un duro addestramento, diverranno i samurai del futuro. Tensioni e gelosie all'interno di una casta già allora in declino.

Critica 1:Non è nuova la storia de magnifico Tabù - Gohatto, il film che segna il ritorno del giapponese Nagisa Oshima dopo anni di inattività e malattia. Dal Billy Budd di Melville al pasoliniano Teorema, passando per Furyo, il capolavoro dello stesso Oshima, molti sono i titoli che si potrebbero citare (...) Fra Eros e Thanatos, la fine di una casta - e di un'epoca. Implacabile, glaciale, percorso da una sottilissima ironia ma anche da fulminee impennate liriche. Un film perfetto, da cima a fondo.
Autore critica:Fabio Ferzetti
Fonte criticaIl Messaggero
Data critica:

6 /4/2001

Critica 2:Il ritorno di Nagisa Oshima dopo quattordici anni di silenzio (durante i quali ha subìto un grave attacco cerebrale) è un film che compendia tutta la poetica, lo stile, le ossessioni del regista. Feroce decostruttore degli stereotipi della cultura giapponese, Oshima attacca un repertorio maschile per eccellenza come la storia di samurai: da una parte mette in scena con maestria i combattimenti di kendo; dall'altra dinamita letteralmente le regole del genere. Non tanto perché vi introduce il soggetto (sempre implicito, in fondo) dell'omosessualità, ma piuttosto perché mette a confronto la legge e la sua trasgressione in un ambiente particolarmente violento, mostrando il prevalere degli istinti sulle norme, lo scarto tra l'umanità del desiderio e l'artificio dei codici di comportamento. Film dallo stile senza tempo, Tabù (Gohatto) compie uno strano prodigio: ricorre a un minimo di effetti eppure mette in crisi il sistema rappresentativo, e insieme quello morale, su cui poggia il solito cinema. E senza proporsi di essere scandaloso, né iconoclasta. Sarà quella progressione del racconto, che cresce lentamente ed è bruscamente reciso dal colpo di spada nel ciliegio; sarà quel clima di decadenza; sarà il modo in cui convivono lo studio dei caratteri, il film storico, l'inchiesta poliziesca; sarà per come il grande vecchio lancia la sua invettiva contro la morte; sarà la contrapposizione generazionale tra chi deve far rispettare le norme e chi deve infrangerle; sarà (è, certamente) molto d'altro. Scelti più per l'aderenza fisica ai personaggi che per capacità interpretative, gli attori restano fissi nella memoria. L'efebico Ryuhei Matsuda, oggetto del desiderio generale, è un diabolico cherubino partorito da una fantasia manga; perfettamente sintonizzato sul progetto del regista, Takeshi Kitano acquista intensità quanto più gioca di sottrazione.
Autore critica:Roberto Nipoti
Fonte critica:la Repubblica
Data critica:

8/4/2001

Critica 3:Giappone 1865, verso la fine dell'era Edo. Nel paese sull'orlo della guerra civile i samurai fedeli agli Shogunati (e quindi alla conservazione) si costituiscono in scuole dove addestrano i guerrieri a contrastare i rivoluzionari e a mantenere l'ordine sociale. In una di queste, la Shinsen-gumi, un giovane cadetto effeminato, Kano, viene corteggiato dai compagni e da alcuni ufficiali. Il ragazzo è forse innamorato di Tashiro, il suo primo compagno d'armi. Quando un superiore viene trovato ucciso, proprio Tashiro è sospettato dell'omicidio. Ecco, di nuovo, l'impero dei sensi. Quella zona folgorante ma oscura dell'animo umano in cui la Ragione non sembra avere alcun (pre)dominio. E in cui le convenzioni (sociali, dunque anche militari) non dettano alcuna regola. Il maestro Nagisa Oshima crea una fantasmagoria che proietta la sua luce sulla Storia (quella giapponese di fine '800, a un passo dalla disgregazione) e su un microcosmo chiuso, ancora una volta di guerrieri, come ai tempi di Furyo (1983, sempre con Beat Takeshi tra i protagonisti). Nella scuola Shinsen-gumi la seduzione di Kano, diretta o indiretta, si articola come in un teorema di difficile soluzione. Di fronte alla potenza devastatrice dell'Eros, la prima cosa che subisce i contraccolpi del disordine e della trasgressione è proprio il "gohatto", il severissimo codice di disciplina dei samurai. Poi è a livello personale che ogni inibizione si rivela illusoria (grande il sergente che cerca di resistere alla seduzione). Accompagnato dalle ipnotiche armonie di Ryuichi Sakamoto, Oshima conduce lo spettatore in un viaggio sempre più visionario e ormai del tutto interiore, che ha la sua resa dei conti (anche estetica) nella splendida sequenza finale, quando Kitano (il vice-comandante) cerca di capire quale versione dei fatti sia credibile. Senza sapere che la verità non esiste. Ci sono solo storie.
Autore critica:Mauro Gervasini
Fonte critica:Film TV
Data critica:

10/4/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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