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Ultimo imperatore (L') - Last Emperor (The)

Regia:Bernardo Bertolucci
Vietato:No
Video:Vivivideo
DVD:Repubblica
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dall’autobiografia “Da imperatore a cittadino” di Henry Pu-Yi
Sceneggiatura:Bernardo Bertolucci, Mark Peploe
Fotografia:Vittorio Storaro
Musiche:David Byrne, Ryuichi Sakamoto, Cong Su
Montaggio:Gabriella Cristiani
Scenografia:Ferdinando Scarfiotti
Costumi:James Acheson
Effetti:Gino De Rossi, Fabrizio Martinelli
Interpreti:John Lone (Pu-Yi), Joan Chen (Wan Jung), Peter O'Toole (Reginald Johnston, "R.J."), Victor Wong (Chen Pao Shen), Dennis Dun (Grande Li), Jade Go (Ar Mo), Fan Guang (Pu Chieh)
Produzione:Tao Film (Roma) - Yanco Films Limited (Hong Kong) - Recorded Picture Company – Screenframe - Aaa Productions - Soprofilms
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Francia - Gran Bretagna - Italia
Anno:1987
Durata:

160’

Trama:

Nel 1908 a Pechino nella città proibita, l'anziana Imperatrice vedova, prossima a morire, si fa portare Pu-Yi, un fanciullo di tre anni, strappandolo alla madre e lo designa suo successore. Ultimo della dinastia Ching passerà la sua infanzia nella mitica Città, signore e padrone assoluto di uno sterminato Impero. Nel 1912, Sun-Yat-Sen proclama la Repubblica, ma il fanciullo resta là come un simbolo, prigioniero ma onorato (e inoffensivo). Successivamente, divenuto adulto va a vivere in un'altra città del Paese con le due mogli, l'istitutore scozzese Sir Reginald Johnston e alcuni fedeli, in un esilio dorato, che lo vede anche in Occidente. Poi la volontà di governare prende il sopravvento e lo spinge a compromessi: avendo nel frattempo il Giappone, spinto da mire espansionistiche, invaso e occupato la Manciuria, terra natia di Pu-Yi, questi sale sul trono di tale regione, ribattezzata Manciukuo, destinato al ruolo di re fantoccio, collaborando con Tokio, che ne condiziona a fini bellici l'effettivo potere. Finita la guerra e caduto in mano sovietica Pu-Yi trascorre, dopo la seconda guerra mondiale cinque anni in Siberia; poi nel 1949 la Cina di Mao ne chiede il rimpatrio come criminale di guerra. Dopo un decennio di rieducazione politica, l'ex Imperatore viene rilasciato dal campo in cui, con molti altri, è stato confinato: ora è un uomo comune, ha riconosciuto le sue colpe (reali o presunte) e lavora da umile giardiniere nell'orto botanico di Pechino. E nel 1967, nel momento in cui coloro che lo hanno rieducato proveranno gli insulti e le vessazioni della rivoluzione culturale Pu-Yi muore.

Critica 1:Film biografico, che rasenta l'agiografia, è una superproduzione altamente spettacolare che è stata premiata con ben nove Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia di Storaro, montaggio, musica di David Byrne e Ryuchi Sakamoto, scenografia, costumi e sonoro). Ma è anche una meditazione sul cinema, sui suoi rapporti con la storia e il sogno, fin dalla prima immagine del treno che arriva alla stazione.
Autore critica:
Fonte criticafilm.spettacolo.virgilio.it
Data critica:



Critica 2:Le rivoluzioni di questo secolo hanno riservato ai monarchi destini assai differenti. Che sono andati dalla fucilazione al conferimento di una carica onorifica, dall'esilio all'oblio in patria. La Cina si è distinta per aver concesso all'ultimo titolare del trono dell'impero di mezzo una fine particolarissima: Aisin-Gioro Pu Yi è stato infatti l'unica testa coronata a doversi sottomettere al rito dell'autocritica, espressione tipica, peraltro, del sistema comunista cinese. Dopo la sconfitta giapponese, molti si attendevano che Pu Yi, restituito dai sovietici al nuovo regime di Mao Tsetung, pagasse il doppio crimine d'aver regnato e d'aver tradito. Errore! La nuova Repubblica, conoscendo le radici bimillennarie nella cultura cinese dell'istituzione imperiale, preferì ad un'inutile sentenza capitale una più fruttuosa «confessione». Questa trova adesso la sua versione cinematografica con L'ultimo imperatore, il film di Bernardo Bertolucci curiosamente costretto a contendersi gli schermi con un'altra biografia filmata di Pu Yi, Il drago di fuoco, del cinese Li Hangxiang, ancora inedito in Italia. Nella versione di Bertolucci, la storia è quella di un uomo travolto da avvenimenti più grandi di lui, di un peccatore ammalato d'orgoglio, che si riconcilia con la vita solo in vecchiaia. Ma si tratta di vera guarigione, come pretende l'autobiografia ispirata dal regime? Bertolucci afferma che Pu Yi vive positivamente la prova della rieducazione e dell'autocritica, ma non è pronto a scommetterci sopra. Preferisce inquinare (a parole) i presunti fatti che ricava dall'autobiografia e far credere che la rieducazione è stata soprattutto un avvenimento interno, personale. «Solo alla fine», dichiara il regista, «quando sarà vecchio e libero di camminare per le strade di Pechino, di fare la spesa, di vivere tra la gente, capiremo che l'uomo è in pace con se stesso. Lo ha cambiato il fatto di uscire, per la prima volta, dall'eterna, costante prigione nella quale è stato rinchiuso per cinquant'anni».
Inizialmente Pu Yi è prigioniero della corte imperiale, poi dei giapponesi, infine della Repubblica popolare, la quale gli chiede di essere il prototipo del pentitismo. Bertolucci mostra di comprendere questo dramma nel montaggio parallelo tra il tempo della Città proibita o della corte del Manciukuò e quello della prigione. Gli stessi pesanti portoni, gli stessi guardiani, le stesse divise, gli stessi educatori: passato e presente sono vicinissimi. «State fingendo, siete sempre gli stessi uomini; gli uomini non cambiano mai», protesta a un tratto Pu Yi. Ma la rieducazione segue il suo corso trionfante: il cinegiornale mostra il bombardamento di Shanghai da parte del Kuomintang, gli esperimenti con le armi batteriologiche in Manciuria, il finanziamento della guerra tramite la produzione e lo smercio dell'oppio. Pu Yi finisce per confessare anche quello che non ha potuto commettere. «Tu non eri a conoscenza degli esperimenti con le armi batteriologiche», gli rimprovera il direttore del campo di rieducazione. Alla fine Pu Yi esce fedele suddito della Repubblica popolare, ma il comunismo ha cambiato dogma, e quello anni Cinquanta, appreso nel gulag, non ha più corso legale. Le guardie rosse umiliano il suo maestro di comunismo e a Pu Yi non resta che nascondersi nella fantasia: stupire un fanciullo nel padiglione della Eterna armonia.
Alla metamorfosi del protagonista il film dedica molta attenzione, ma non tutta quella necessaria. Il motivo non è detto ma si intuisce: la conversione di Pu Yi è provata dalla fede più che dalla ragione. O meglio dalla cultura cinese più che da quella occidentale. I cinesi, infatti, da buoni confuciani, credono nel potere taumaturgico dell'educazione, anche quando questo si esercita in un campo di prigionia e su un individuo adulto e non consenziente. E, in omaggio al pubblico cinese, il regista ripete che l'uomo nasce buono e può tornare ad essere buono dopo un periodo di perversione. Ciò che esattamente il film mostra anche se non dimostra.
Bertolucci si trova a disagio tra lo scetticismo occidentale e il confucianesimo maoista. Al titolo ideologico dell'autobiografia di Pu Yi, «Da imperatore a cittadino», preferisce il più empirico «L'ultimo imperatore». Eppure ha bisogno di credere che Pu Yi abbia percorso il faticoso itinerario dalle tenebre alla luce. La rieducazione, infatti, non è solo un pretesto perché Pu Yi possa ripescare nostalgicamente nella memoria, ma una storia morale. La riuscita di questo processo è una necessità drammaturgica perché il messaggio sentimentale bertolucciano si alimenti di idealismo e perché la metafora manifesti le sue potenzialità. Bertolucci mescola abilmente ignoranza, censura e poesia. Lascia in ombra una parte del ritratto del protagonista per la buona ragione che non sa tutto su Pu Yi e perché il mistero è bello e contribuisce alla dimostrazione morale dell'assunto. Il film, di conseguenza, non racconta la morte di Pu Yi (ufficialmente per cancro, in ospedale; forse a causa di mutilazioni inflittegli dalle guardie rosse), ma fa scomparire il protagonista come se si volatilizzasse o fosse rapito da un angelo; non proclama che la rieducazione è riuscita, ma accredita l'idea che il «figlio del cielo», al termine del suo pellegrinaggio sulla terra, retrocesso a comune cittadino, abbia potuto conoscere la serenità o, almeno, grazie al lavoro manuale e al contatto con la natura, un minimo di integrazione tra mente e corpo. (…)
Autore critica:Giorgio Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 271
Data critica:

1-2/1988

Critica 3:
Autore critica:
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Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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