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Finestra di fronte (La) -

Regia:Ferzan Ozpetek
Vietato:No
Video:Cecchi Gori
DVD:Cecchi Gori
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile, Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Gianni Romoli, Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura:Gianni Romoli, Ferzan Ozpetek
Fotografia:Gianfilippo Corticelli
Musiche:Andrea Guerra
Montaggio:Patrizio Marone
Scenografia:Andrea Grisanti
Costumi:Catia Dottori
Effetti:
Interpreti:Giovanna Mezzogiorno (Giovanna), Massimo Girotti (Davide), Raoul Bova (Lorenzo), Filippo Nigro (Filippo), Serra Yilmaz (Eminè), Maria Grazia Bon (Sara), Massimo Poggio (Davide giovane)
Produzione:Tilde Corsi & Gianni Romoli, per R&C Produzioni Srl
Distribuzione:Mikado
Origine:Italia
Anno:2003
Durata:

106'

Trama:

Giovanna, una giovane donna sposata e con due figli, si ritrova in casa un uomo molto anziano che ha completamente perso la memoria. Cercando di ricostruire la sua identità e il segreto del suo passato, Giovanna con l'aiuto di Lorenzo, che abita nel palazzo di fronte, scopre piano piano che lei stessa ha smarrito il ricordo dei propri sentimenti e delle proprie passioni. L'indagine su quell'uomo misterioso diventa così per Giovanna una vera e propria indagine su se stessa, in un mondo che sta perdendo la capacità di riconoscere la forza dei sentimenti più profondi.

Critica 1:Giovanna e Filippo sono sposati da nove anni e hanno due bambini. Giovanna, insoddisfatta del proprio lavoro, è contabile in una polleria industriale, mentre Filippo si accontenta di lavoretti a breve termine e non riesce a trovare un impiego fisso e soddisfacente. Tra i bambini e il lavoro, qualche visita all’amica Eminè, Giovanna trascorre infelicemente una vita che immaginava diversa. Di sera, prima di andare a dormire, per pochi istanti con la luce spenta, fuma e scruta la finestra dell’appartamento di fronte, dove vive un giovane ed attraente sconosciuto. Un giorno Giovanna e Filippo si imbattono in un uomo sconosciuto, perso nel centro di Roma, senza memoria né documenti. Sarà lui, con i suoi strani ricordi che gli si materializzano intorno, a spezzare la rigidità della vita quotidiana di Giovanna, trascinata dal desiderio di cambiamento.
Storia di sentimenti e di emozioni forti, che si ritrovano nella vita di ciascuno, dopo mesi e magari anni di vuoto e di assenza forzata, questo film è un dialogo delicato e amorevole tra personaggi di una verità toccante. L’argomento sembra essere lo stesso di altre pellicole contemporanee (primo fra tutti Muccino) che sgranano sullo schermo le disillusioni di coppie normali, i loro sogni infranti e i loro maldestri tentativi di ottenere dalla vita una nuova possibilità. Eppure nel film di Ozpetek sembra esserci anche molto più di questo groviglio di sentimenti, taciuti e dolorosi. Dal senso sommesso ma penetrante della memoria storica, che quasi riaffiora dal Ghetto e da altri luoghi di una Roma inconsueta e bellissima, al profondo richiamo ad una responsabilità oggi sempre più ignorata e delusa, fino ad arrivare ad una sottile eppure evidente denuncia di malessere (forse anche politico) il film tratta molti temi, a volte ripiegandosi sulla scrittura ed esitando nel montaggio, con qualche slittamento narrativo.
La storia di questa coppia in crisi, che sembra aver dimenticato la dolcezza e l’entusiasmo dell’amore di un tempo, commuove e convince, così come l’incontro, misterioso (“ci sono incontri che ti cambiano la vita” sottolinea lo stesso Ozpetek) con un uomo che sembra non avere spazio né tempo e che invece reca su di sé le impronte della follia umana. Ancora una volta, come ne Le fate ignoranti Ozpetek racconta la storia di una donna che si protende in avanti e si guarda da una prospettiva diversa, rimettendo in gioco la propria identità. Non sono un caso i numerosi riferimenti alla confusione di identità, come se tutti potessero cambiare ruolo e iniziare a vivere la vita di un altro e potessero, è proprio il caso di dirlo, vedersi attraverso la finestra di fronte. Giovanna Mezzogiorno, perfettamente a suo agio in questo ruolo di scoperta e di crescita non è mai stata così brava, mentre Massimo Girotti, immagine impietosa della vecchiaia e del dolore, ha regalato al pubblico una superba ultima interpretazione.
Autore critica:Danila Filippone
Fonte criticatempimoderni.com
Data critica:



Critica 2:Il numero di mamme giovani che nelle commedie e nei drammi americani degli ultimi tempi trovano nella cottura e vendita di biscotti fatti in casa una probabile soluzione ai problemi di identità, autonomia e creatività, aumenta in modo impressionante. La «mamma perfetta» Julianne Moore sostituisce il vuoto e la frustrazione familiare certo con biscotti di altro tipo, con dolcezze e spasimi kennediani d'immaginario. Ma frantuma il suo ruolo a costo di restare, laicamente, Lontana dal Paradiso. Anzi nell'altro film Oscar dell'anno, Hours, dove le gonne a ruota sono le stesse, è ancor più atea: sfiora il suicidio obbligando il figlio, con un Edipo grande così, a completare l'opera per lei. Ma Giovanna Mezzogiorno, che nel film La finestra di fronte interpreta Giovanna, donna d'oggi, riuscirà davvero a tirare fuori completamente la cuoca sopraffina che è in lei? E la cosa parrà - all'occhio mediterraneo - altrettanto rivoluzionaria? Lei, comunque, più che la protagonista del film ne è l'oggetto d'affezione, l'icona da venerare ma non toccare. Il protagonista vero di questo doppio dramma passionale è Massimo Girotti, nella sua ultima impeccabile interpretazione: un vecchio elegante che ha perso la memoria e si aggira nei vicoli del ghetto romano come se fosse la lunga notte del `43, il 16 ottobre dei raid nazisti, farfugliando «Simone» che, si saprà, è il nome del suo amato, che non salvò allora solo per un gesto eroico ancor più altruista. Giovanna invece è una giovane moglie, romana, impiegata al pollificio (?). Ha due figli, il piccolo e una bimba più grande, un marito ingenuo ma dal cuore grosso così che ce la mette tutta ma non guadagna e poi lo cacciano da ogni posto. Giovanna ha un'amica assoluta del cuore, vicina di lavoro e di pianerottolo, che è come la zia o la nonna quando si tratta di lasciare i piccoli per una serata di vita al pub sotto casa. Insomma, è una mamma sull'orlo della crisi di nervi, una casalinga che lavora inquieta. Vorrebbe essere la «grande madre» contenta, capace di soddisfare ogni più riposto desiderio, anche il più sadico, per tenere in scacco il fato e il futuro. E infatti porta i soldi a casa, cucina con cura, compra bene da mangiare, cura i mali interni e esterni dell'intero focolare, sa come ingoiare «le bugie» e i dettagli squallidi del quotidiano. Ma li digerisce con un trucco. Intrattiene, nottetempo, dopo cena, nel buio della cucina, il doppio gioco erotico degli sguardi malandrini con un dirimpettaio scapolo (Lorenzo, Raoul Bova), una specie di Clark Kent di banca, a cui non vede l'ora di spettinare la chioma e scompaginare i sentimenti. Moglie, santa, stakanovista, tentatrice, crocerossina, pater familias... Giovanna ha un tarlo che la divora. Infatti, mamma anche sul lavoro è precisa e perfino comprensiva (con gli extracomunitari che dirige), fa tutto questo senza quel sorriso perfetto sulle labbra della mamma per antonomasia, quella dei burbs Usa anni 50 imperatrice degli elettrodomestici, della zuppiera, del grembiule e della... torta di mele. Senza danza, fluidità, grazia, calore (eppure gli assegni familiari qui li maneggia lei) questa moglie che ha deciso di riempire il suo vuoto organizzando completamente i mondi dei suoi cari, ha coperto il volto con una maschera dura, aspra, respingente, indelebile che, nella sequenza subito dopo i titoli di testa, è quasi insostenibile. Perché non lascia tutto, allora, e si mette a fare solo dolci? Quel vecchio sbandato, dopo una iniziale diffidenza, l'attira. Mettersi uno sconosciuto in casa, coi bimbi, e poi sicuramente spostato perché, mentre ti parla sembra pensare a un invisibile Harvey, che giochi e danzi con un coniglione dell'iperspazio, e poi scompare... Ma Simone l'attira, ha gusto, qualche sapore in più. Dunque sarà lui l'escamotage magnetico che la coppia in crisi usa per ricomporsi o spezzarsi. Così - tanto la polizia non combina mai nulla - impietositi, i due se lo portano a casa. Mentre «Simone» è alla ricerca della memoria, e continuamente sparisce, Giovanna non può che cercarlo con l'aiuto di Lorenzo, il bel dirimpettaio conosciuto nel locale che lei rifornisce di crostate e Mont Blanc. I due si accalappiano, ma la passione per lui è troppo grande: non supererà il punto di rottura? Con il marito la passione è piccola? Con i fornelli è media? Ora, come nello scontro tra «scale reali» a poker, la passione se ben definita fa impazzire la gerarchia. Siccome il marito ha i turni notturni, lei sperimenta allora che la passione piccola è maggiore di quella grande, e che la media supera la piccola. Per scoprire l'altro enigma, quello di «Simone», nella scena prima dei titoli di testo, un po' da Dramma d'amore e d'anarchia, un panettiere brutalmente sgozza il collega sul lavoro. Lo smemorato è dunque anche un killer. Siamo in un dramma «due camere e tinello», in un thriller psicologico all'Argento, in un nazi-mélo o in un grottesco dark-gay alla Atif Yilmaf ? A Gianni Romoli (sceneggiatore e produttore di La finestra di fronte) nulla sfugge in fatto di tipologie e procedimenti hollywoodiani (ha fatto Fantaghirò e scritto con Alberto Sordi) e la sua presenza nell'operazione firmata (per la regia, sensuale come una canzone di Georgia) da Ferzan Ozpetek, è essenziale, per quanto occulta. Intanto per il binomio mamma-cuoca, tra Baby's boom , Felicia's journey, i telefilm Providence e i tanti cookies-movies d'oggi. Pelato come Vin Diesel, poi, il marito, Filippo Nigro, perché vince chi è più di moda. E cioé Girotti, capace di incorporare Ossessione, Tom Hanks e Xxx. Perché senza esperienza del bel cinema non si fanno mai bei film. E noi spettatori dobbiamo esigere torte perfette.
Autore critica:Roberto Silvestri
Fonte critica:il Manifesto
Data critica:

2/3/2003

Critica 3:Per vedere un bel film italiano bisogna che venga a girarlo un turco? Di La finestra di fronte Ferzan Ozpetek firma anche il copione con il produttore Gianni Romoli, intrecciando gli eventi di una crisi coniugale con la tragedia di un sopravvissuto all'Olocausto. C'è un prologo nella notte che precede la razzia nazista nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, quando un giovane panettiere uccide il proprietario del forno e fugge. Oltre mezzo secolo dopo, i coniugi Giovanna (Mezzogiorno) e Filippo (Nigro) trovano per la strada un anziano che ha perso la memoria (Massimo Girotti) e impietositi se lo portano a casa. Lo smemorato sostiene di chiamarsi Simone, ma più tardi si scoprirà che Simone era il compagno di cui era innamorato, morto in un lager, e che lui scampato per miracolo al genocidio si chiama Davide ed è un grande chef dolciario in pensione. La pasticceria lega l'uomo a Giovanna, che confeziona dolci anche lei per reagire alle frustrazioni di un lavoro insoddisfacente. Ogni tanto la donna si concede di osservare le mosse del bel dirimpettaio Lorenzo (Raoul Bova), il quale volonterosamente si unisce a lei per cercare Davide in una delle sue sparizioni. Il tema del film è la risalita dall'abisso della smemoratezza, che per il vecchio e il vano sforzo di cancellare sangue e dolore e per la giovane significa ritrovare i sogni e le ambizioni perdute. In finale, mentre Davide è tornato nella sua casa, Giovanna dovrà decidere se andarsene o restare. Incerta fino all'ultimo ma illuminata dalla consapevolezza che «non bisogna sopravvivere, ma vivere». Ambientato a Roma, il film è intonato a una costante intensità di sentimenti. Il tema alla Hitchcock della finestra che si apre su altre realtà (vengono in mente anche gli sguardi di Marcello e Sophia attraverso il cortile in «Una giornata particolare» di Scola) e svolto con estrema finezza di notazioni. Gli interpreti sono straordinariamente partecipi, Bova ogni volta più maturo, la Mezzogiorno che all'immagine incantevole accoppia un mordente da vera figlia d'arte. Però la figura per cui «La finestra di fronte» si colloca da subito fra i film che resteranno è quella di Massimo Girotti (scomparso il 5 gennaio scorso), che dopo essere stato l'eroe dell'Italia fra guerra e dopoguerra rinnova ora la memoria di quegli anni. Pochi attori hanno incarnato in modo così completo l'intero palpito della vita di una nazione; e Massimo, sublime di dolcezza e vulnerabilità, esce di scena alla grande facendo l'ultimo dono a un cinema che si era dimenticato di lui.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

1/3/2003

Libro da cui e' stato tratto il film
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