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Zona di guerra - War zone (The)

Regia:Tim Roth
Vietato:14
Video:Cine Video Corporation
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Giovani in famiglia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Alexander Stuart
Sceneggiatura:Alexander Stuart
Fotografia:Seamus Mcgarvey
Musiche:Simon Boswell
Montaggio:Trevor Waite
Scenografia:Michael Carlin
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Kate Ashfield (Lucy), Lara Belmont (Jessie), Freddie Cunliffe (Tom), Colin J. Farell (Nick), Aisling O'Sullivan (Carol), Tilda Swinton (Mamma), Megan Thorp (Baby Alice), Kim Wall (Barista), Ray Winstone (Papà)
Produzione:War Zone Limited
Distribuzione:Mikado
Origine:Gran Bretagna
Anno:1998
Durata:

99'

Trama:

Tom è un quindicenne un po' particolare; costretto da un trasloco ad abbandonare i propri amici di Londra si chiude in se stesso e diventa attento osservatore della sua famiglia. Una madre incinta, un padre pesante e una sorella diciottenne fin troppo curiosa e apprezzata sessualmente. Non sarà strano che il ragazzo vada a cercarsi esperienze altrove...

Critica 1:Un film di rara bellezza girato con una cascata di colori profondi e inquadrature soavi ed equilibrate, che fanno da contenitore ad una delle scene più strazianti del cinema: Tim Roth è un genio di dolcezza, che ha saputo raccontare una storia di violenza e di tristezza con una delicatezza inverosimile. La scena tanto discussa mi ha provocato un forte malessere, ma è così reale, così poco da "scuola di regia americana", così tangibile, che mi ha lasciata senza fiato. Per tutta la notte, e anche il giorno dopo ho pensato e ho sentito il pianto di tutte le donne che hanno vissuto questa violenza. Un film altamente educativo, un film poetico, un film molto umano e molto vicino. Un film difficile da guardare e impossibile da dimenticare. Grazie a Tim Roth.
Autore critica:
Fonte criticawww.35mm.it
Data critica:



Critica 2:Un mare agitato, buio, apre l'intenso Zona di guerra (The War Zone, Gran Bretagna, 1999). La regia ce lo mostra dall'alto da lontano, attraverso una striscia di luce grigiastra e fredda che percorre per intero lo schermo. L'occhio della macchina da presa attraversa la lunga feritoia d'una casamatta militare, residuato di un'altra guerra, più esplicitamente cruenta di questa che Tim Roth, esordiente alla regia, trae da un romanzo di Alexander Stuart (in Italia lo pubblica Einaudi). Non meno violento, non meno colmo d'odio mortale è tuttavia il conflitto che oppone e insieme lega gli unì agli altri Tom (Freddie Cunliffe), la madre (Tilda Swinton), la sorella Jessie (Lara Belmont) e il padre (Ray Winstone). E' la famiglia la "zona di guerra" di cui il film mostra le crudeltà, le durezze, alla fine le macerie. Al suo centro non sta solo lo stupro incestuoso. Qualunque sia la prospettiva di Stuart, quella di Roth non si lascia ridurre all'analisi e alla condanna d'un padre che si fa padrone del corpo della figlia, del suo desiderio, della sua vita. C'è, in Zona di guerra una notte dei sentimenti e dell'anima che va ben oltre una banale, netta e in fondo rassicurante distinzione tra chi abusa e chi è abusato, tra chi non vede, o forse evita di vedere, e chi al contrario vuole vedere. Tutti e quattro i protagonisti, anche se in misura diversa, partecipano alla "guerra", portandovi un contributo per così dire originale di ambiguità e di ombre, e finendo per rinchiudersi nella separatezza d'un universo malato. Non a caso, il film è per lo più girato in uno spazio astratto, abitato quasi solo dai quattro protagonisti. Ognuno - non solo il padre - sta in un ruolo ma anche ne deborda, con ciò inducendo negli altri eguali e simmetriche confusioni di posizioni, desideri, vite. Si pensi al rapporto tra il figlio e la madre. Più d'una volta sorprendiamo Tom a osservarla, morboso. Il grande corpo - gonfiato e deformato dalla gravidanza e dal parto, reso sciatto ma anche "accessibile" da una familiarità impudica - si scopre alla curiosità sessuale immatura di un'adolescenza incattivita da paure e fantasmi. Sentendone su di sé lo sguardo, la donna ne avverte il senso, ma è del tutto incapace di "rispondere" al suo buio interiore, tentando di illuminarlo almeno un po'. Sembra invece, lei stessa, coinvolta nella sua morbosità, magari anche solo per fuggirne via, ma certo non con la preoccupazione attiva, solerte d'una madre che tale voglia essere agli occhi del figlio. Quanto al padre, certo l'odio di Tom s'alimenta prima del sospetto e, poi, della certezza dell'incesto. E tuttavia in questo conflitto sembra aver parte anche un desiderio non indagato di prenderne il posto, una spinta muta a sostituirlo sia presso la madre sia presso la sorella. Roth insiste sul primo versante di questo impulso oscuro, mostrando al ragazzo (e a noi) l'intimità esplicita dei genitori, sottolineata da corpi non belli, densi di carne, gravati d'un eros pesante. Sull'altro versante, quello che riguarda Jessie, di certo Tom la vuole sottrarre alla violenza. E però, nell'inquadratura in cui lui e la sorella litigano fino a picchiarsi, la regia li mostra avvinti in un corpo a corpo la cui foga non viene solo dall'eccitazione dello scontro. Il suo andamento, i suoi tempi, la sua conclusione, persino la quieta stanchezza che subito segue, paiono mimare un rapporto sessuale. D'altra parte, a che cosa rimanderà mai l'interesse continuo di lei per la vita sessuale di lui? Mettendolo tra le braccia di un'amica, non fa un po' come se lo tenesse fra le sue? La sua arrendevolezza allo stupro, inoltre, si spiega certo con una lunga, terribile consuetudine, di cui il padre porta la responsabilità. Ma la sicurezza con cui nega i sospetti di Tom sembra rimandare a qualcosa di meno netto: a ombre che la violenza ha solo potenziato, coltivato ("Perché non lo fai, come con mamma?": così le sentiamo domandare, appunto). Insomma, per la sua bella opera prima Roth non s'è facilitato il compito. Avendo per le mani una storia risolvibile in superficie, in termini morali, ha preferito indagarne il sottosuolo. Quel che trova è uno spazio in ombra, una dimensione in cui sfumano le distinzioni nette che rendono morali (appunto) le nostre vite. Nessuna via d'uscita si mostra da questa zona di guerra, dai suoi colori bui, dalla sua luce grigia e fredda come il mare. Nemmeno il coltello che il ragazzo affonda nel ventre del padre la indica. Qual è il suo scopo vero? Forse, quello di interrompere la violenza, liberando Jessie, la madre, la sorellina appena nata e se stesso da un padre padrone. O forse anche quello di prendere, almeno simbolicamente, il posto che era suo. In ogni caso, il film si chiude sull'immagine della casamatta: dentro, Tom e Jessie sono uno accanto all'altra, disorientati. Non è detto che la guerra sia finita.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

20/6/1999

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Zona di guerra
Autore libro:Stuart Alexander

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