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Matti da slegare - Nessuno o tutti -

Regia:Silvano Agosti; Marco Bellocchio; Sandro Petraglia; Stefano Rulli
Vietato:14
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Documentario
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Sceneggiatura:Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia:Ezio Bellani
Musiche:
Montaggio:Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:
Produzione:11 Marzo Cinematografica per l'Assessorato Provinciale Sanita' di Parma e Regione Emilia-Romagna
Distribuzione:Cineteca Palatina – Zari – Agosti
Origine:Italia
Anno:1975
Durata:

140’

Trama:

Oltre 10 anni fa lo psichiatra Franco Basaglia indicò un obiettivo determinato da perseguire nella cura delle malattie mentali e del disadattamento: svuotare lentamente i manicomi, da lui considerati i ghetti dell'emarginazione ed evitare nuovi ricoveri con un lavoro di prevenzione nei quartieri, nelle fabbriche, nelle scuole. Per documentare questa tesi, il film penetra all'interno dell'ospedale psichiatrico di Colorno (Parma) oppure segue all'esterno alcuni dei ricoverati dimessi e impegnati, grazie alle esperienze delle amministrazioni interessate, in fabbriche in fattorie e così via. In alcuni casi le dichiarazioni degli intervistati sono discusse tra loro stessi e tra persone chiamate in causa, come un anziano sacerdote. Il tutto finisce con una delle feste da ballo organizzate nell'istituto di Colorno.

Critica 1:Uno dei pochi esempi davvero convincenti di cinema militante italiano, capace di sviscerare il tema della "pazzia" con un'analisi reale che si giova degli apporti e delle lotte degli antipsichiatri e delle esperienze di recupero con gli operai emiliani.
Autore critica:
Fonte criticaP.Mereghetti - Dizionario dei film
Data critica:



Critica 2:Girato in 16 mm nel manicomio di Colorno e finanziato dalla provincia di Parma, è la riduzione di Nessuno o tutti, film documento in due parti ("Tre storie", "Matti da slegare") di 100m ciascuna, distribuito nel circuito alternativo di ospedali psichiatrici, scuole, cineclub, circoli politici e culturali. Non ha pretese scientifiche. Non è in senso stretto nemmeno un'inchiesta, ma piuttosto una testimonianza e una denuncia. La tesi è racchiusa nel titolo: i malati mentali sono persone "legate" in molti modi e per diverse cause. Se si vuole curarli (non guarirli, ma almeno impedire che vengano guastati dai metodi tradizionali) occorre slegarli, liberarli, reinserirli nella comunità. Il film dice che: a) spesso la malattia mentale ha origini sociali, di classe; b) l'irrazionalità degli asociali è una risposta all'irrazionalità della società; c) l'assistenza psichiatrica non è soltanto uno strumento di segregazione e di repressione, ma anche di sottogoverno e di potere economico; d) lo psichiatra è formalmente un uomo di scienza, ma in sostanza un tutore dell'ordine come il poliziotto e il carceriere. Il film conta e vale come atto di amore e di rispetto per l'uomo che, anche quando è "diverso" e malato in modo sconvolgente (catatonici, mongoloidi, paranoici, schizofrenici) è sempre preso sul serio. La finale festa danzante è un grande momento di cinema. Vale anche per la capacità di rivelazione degli esseri umani, capaci per ragioni soltanto in parte spiegabili di diventare personaggi.
Autore critica:
Fonte critica:Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 3:L’esperienza negativa di Sbatti il mostro in prima pagina lascia il segno. Lo stesso Bellocchio non se ne dichiara soddisfatto: ne trae tutt’al più la spinta per una nuova direzione di ricerca. In collaborazione con Silvano Agosti (autore in un passato non lontano de Il giardino delle delizie e di NP Il segreto), con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, critici cinematografici (il primo, soprattutto, autore d’una interessante monografia su Pasolini), nasce Nessuno o tutti, girato a 16 mm, della durata complessiva di 3 ore. Da questa è stata successivamente ricavata, per ragioni di distribuzione, un’edizione a 35 mm, di due ore e un quarto, cui è stato dato il titolo Matti da slegare (che era il titolo della seconda parte dell’edizione originale). Il film, realizzato collettivamente su proposta dell’Amministrazione Provinciale di Parma, è dedicato a un problema di grande attualità, quello dei "malati di mente", delle loro condizioni di vita e della loro possibilità d’inserimento nella "vita normale".
Film d’intervento, militante anche se libero da impegni programmatici e lontano da condizionamenti propagandistici, esso si costruisce attraverso una struttura composita, che recepisce moduli del cinéma verité (i lunghi racconti dei protagonisti davanti alla macchina da presa), del documentario (l’impiego esclusivo di brani "dal vero"), del "cinema militante" stesso (l’accostamento e l’interiezione usati in chiave polemica). A volte intervengono spiegazioni ufficiali, ma quasi sempre sono i protagonisti stessi a raccontarsi: l’immagine coincide totalmente con il narrato. Non si tratta mai di una rappresentazione passiva d’un dato di fatto, bensì l’esplorazione d’una realtà che è da trasformare, che viene trasformata dal film stesso. E quanto più gli autori sembrano avvicinarsi al "materiale", esservi presenti, tanto più il film ce li mostra lontani, mediatori non invadenti anche se partecipi. Lo stesso Bellocchio non indulge al sarcasmo e al grottesco, lascia significativamente che esso si liberi dalla realtà stessa (come nel dialogo col prete o nel tentativo di entrare in una "clinica" o di far parlare una suora). Il grottesco diventa così uno dei significati essenziali d’una realtà che piomba quotidianamente la propria tragedia nell’assurdo. E tuttavia il film non si arresta di fronte all’assurdo, non scivola nella moralistica e mistificante dichiarazione d’impotenza (che è poi solo atto di autocastrazione): vi lievitano fantasmi contraddittori, emergenze e stimoli che si fanno progressivamente presenza fisica, corpo e vita d’una condizione emarginata e vilipesa, rifiutata e coatta, di cui non è difficile scorgere tutte le implicazioni politiche verso un esterno composto da maggioranze più o meno silenziose. In questo senso il film, più che testimoniare una situazione-margine, affronta proprio la sua marginalità, cioè la confronta con ciò da cui essa è esclusa. Di qui la sua continua tensione dialettica e provocatoria, che supera i limiti di quell’umanitarismo generico di tante operazioni del genere: non esiste l’Uomo emarginato o umiliato come figura astratta, neppure nella forma d’una riassuntiva "tipicità"; esistono al contrario degli uomini, figure concrete, concreti protagonisti di vicende di cui l’assurdità è solo una maschera di comodo. Da questa verità oggettiva, che non ha pretese emblematiche, nasce la verità del film, che è interpretazione di quella, che è nuova realtà prodotta accanto (e contro) quella istituzionale.
Film difficile da realizzare, nella sua ricerca d’un equilibrio tra autore e protagonista, laddove entrambi sono carne e ossa, Nessuno o tutti realizza la sua fusione nel trasformare la realtà, il dato, il referente, in vero e proprio Soggetto del film. Non illustra, fa parlare. Non sono gli autori a porsi come mediatori paternalistici di un discorso non loro, ma è la loro immedesimazione con i protagonisti: non ci sono a inquinarla sbavature moralistiche, sovrapposizioni ideologiche, velleità scandalizzate; di fronte alla totalità della Regola la partecipazione da puramente umana diventa coscienza di classe.
Tutto ciò nasce anche da una precisa scelta metodologica: "avevamo steso un progetto minimale che poi è saltato quasi completamente. Ci è stato utile come binario, come traccia, ma poi i rapporti, con i ragazzi specialmente – i quali ci seguivano in tutte le direzioni e quindi erano non solo davanti ma anche dietro la macchina da presa – sono stati così stretti da modificare sostanzialmente quanto ci eravamo prefissi" (S. Petraglia, Matti da slegare, Torino 1976). In questo rapporto di stimolazione, che è subito confronto critico attivo con la realtà, "il fatto di parlare lo stesso linguaggio ideologico ha funzionato nel senso di una spontaneizzazione immediata" (S. Agosti, ibidem): ha tracciato le linee della collaborazione-immedesimazione autori/protagonisti, ma ha restituito anche una materia di grosse dimensioni, come un flusso di immagini improvvisato; "il materiale filmato" è risultato, "anche nei suoi aspetti più negativi, molto vivo, aveva una sua vitalità per cui non lo si poteva spezzare così come si fa normalmente in un film" (S. Agosti, ibidem). Tre settimane sono servite alla preparazione, altre tre alle riprese, circa otto mesi per il montaggio: scelta, accostamenti, consequenzialità, frantumazione; tutto un lavoro di scavo su una materia informe cui non si poteva imporre una forma qualsiasi, che avrebbe tradito tutto il lavoro precedente. Questi "otto mesi, se vogliamo, sono serviti a girarlo, il film, non solo a montarlo. In altre parole sono anche il frutto della nostra impreparazione a gestire quella realtà in modo corretto" (S. Agosti, ibidem). Un’operazione diacronica che restituisce il senso d’una conoscenza in atto nelle fasi logiche. Se "il film è stato veramente costruito alla moviola" (M. Bellocchio, ibidem), il montaggio diventa una sorta di riscrittura all’interno d’un discorso già fatto, una seconda operazione critica che si innesta sulla prima senza modificarne la sostanza, un lavoro di sintesi che segue il lavoro d’analisi, senza contraddirla né forzarla.
Questa costruzione continua, che avvicina gli autori e li allontana, che si sposta continuamente dal piano dell’aggressione immediata a quello della riflessione, si percepisce lungo l’arco del film come una lacerazione che investe in modo diretto anche lo spettatore: questi non è chiamato a vedere un film, ma ad esserne parte; diventa implicitamente il termine di confronto esterno, il margine con cui il film si confronta continuamente. Il riconoscersi dalla parte (sentimentale o ideologica) degli emarginati si fonde alla coscienza, come sempre ambigua, di essere parte di quel "sistema" che produce l’emarginazione. L’immedesimazione autore/ protagonista relega lo spettatore ad un ruolo straniato, da cui può giudicare solo ciò che è straniato, cioè solo se stesso come parte di quelle forze che producono quella emarginazione che è causa prima dello straniamento. La provocazione è sotterranea, non ha mai i toni esuberanti della propaganda e della polemica: ma proprio per questo è più viva ed inquietante.
Autore critica:G. Cremonini
Fonte critica:Marco Bellocchio tra il "personale" e il "politico", Imola
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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