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Free State of Jones


Regia:Ross Gary

Cast e credits:
Soggetto: Leonard Hartman; sceneggiatura: Gary Ross; fotografia: Benoît Delhomme; musiche: Nicholas Britell, Lucinda Williams; montaggio: Juliette Welfling, Pamela Martin; scenografia: Philip Messina; arredamento: Larry Dias; costumi: Louise Frogley; effetti: Kelly Port, Digital Domain; interpreti: Matthew McConaughey (Newton "Newt" Knight), Gugu Mbatha-Raw (Rachel Knight), Mahershala Ali (Moses Washington), Keri Russell (Serena Knight), Brian Lee Franklin (Davis Knight), Donald Watkins (Wilson), Christopher Berry (Jasper Collins), Sean Bridgers (Will Sumrall), Bill Tangradi (Tenente Barbour), Thomas Francis Murphy (Colonnello Elias Hood), Joe Chrest (James Eakins), Jacob Lofland (Daniel), Matthew Lintz (Matthew Yates), Kerry Cahill (Mary), Jessica Collins (Annie), Liza J. Bennett (Junie Lee), Wayne Pére (Colonnello Robert Lowry), Lara Grice (Sig.ra Deason), Jill Jane Clements (Zia Sally), Lawrence Turner (Chester), Ann Hamilton (Miss Ellie), LaJessie Smith (Isaac), Joe Girard (Joseph), Troy Hogan (George), John Neisler (Leonidas Polk), Bill Martin Williams (Whittington), Cade Mansfield Cooksey (Thomas Yates), Jason Ament (Capitano Jensen), Artrial Clark (Eli), Rhonda Dents (Mabel Ely), Pine Purvis (Jebediah); produzione: Gary Ross, Jon Kilik, Scott Stuber, Jon Kilik per Larger Than Life Productions-Route One Films-Vendian Entertainment; distribuzione: 01 Distribution; origine: Usa, 2016; durata: 139'.

Trama:L'incredibile storia vera di Newt Knight, il contadino del Sud degli States che durante la Guerra Civile Americana si ribellò all'esercito confederato. Con l'aiuto un gruppo di agricoltori e di schiavi, Knight guidò una rivolta che portò la Contea di Jones a separarsi dagli Stati della Confederazione. Dalle sue nozze con l'ex schiava Rachel nascerà la prima comunità di razza mista del dopoguerra.

Critica (1):Le premesse da cui parte Free State of Jones, ispirato alla storia vera del contadino Newton Knight, a capo di una rivolta che a partire dal 1862 oppose la contea di Jones, Mississippi, al governo degli stati confederati, sono le stesse di Ritorno a Cold Mountain. In entrambi i film, la violenza della guerra civile e la morte di un giovane soldato spingono Newton Knight e W.P. Inman, il falegname protagonista del film di Minghella, a disertare e a fuggire dal campo di battaglia. Inman perché richiamato dalle lettere della moglie; Newton perché incapace di tollerare ulteriormente lo spettacolo osceno a cui assiste impotente.
La differenza tra i due film sta nella diversa direzione che il racconto prende dopo la diserzione dei due protagonisti: Ritorno a Cold Mountain sceglie il melodramma, racconta la guerra come un trionfo della morte e celebra la ricostruzione di un amore impedito; Free State of Jones, invece, sfiora il mélo (quando Newton torna a casa e ritrova la moglie e il figlio ammalato) ma preferisce seguire il racconto storico e la ricostruzione di una battaglia soprattutto politica.
Lo scarto da una forma di racconto più scontata e prevedibile sta nella frase che Newton dice alla moglie, quando la donna gli chiede le ragioni della sua diserzione: «A good mama deserves to see her son again», dice Newton, dopo aver consegnato alla cugina il cadavere del figlio ucciso in battaglia. Newton agisce per riparare alle ingiustizie, per sostituirsi a una legge degli uomini ormai offuscata; il suo amore non è un sentimento privato, ma un sentire comune: un senso di appartenenza.
Non a caso, fin dal titolo Free State of Jones fa riferimento all’intera contea di appartenenza dei personaggi, alla creazione di un’identità comune e condivisa; non solo all’uomo che rese possibile la creazione di uno stato indipendente. A dispetto della produzione milionaria, di una star come McConaughey e delle ambizioni da Oscar (in realtà scomparse dopo la tiepida accoglienza ricevuta dal film e gli scarsi risultati al box office), il film è piano e diretto come una lezione di storia: didattico e non didascalico; preciso e non pedante.
Una lezione di storia che strada facendo dimentica il blockbuster di guerra, la dimensione eroica del protagonista, le possibili derive mélo del racconto (con la fuga e il ritorno della prima moglie di Newton e il secondo matrimonio di quest’ultimo con una donna di colore) per seguire la rivolta della contea di Jones e la sua evoluzione storico-sociale oltre la fine della guerra civile. I flashforward che spostano la vicenda in avanti di ottant’anni, agli anni ’40 del XX secolo, con un discendente di Newton costretto a subire un processo perché accusato di possedere un ottavo di sangue nero (e dunque considerato pienamente un nero dalla legge del Mississippi), sposta ulteriormente la riflessione sul terreno politico e rende il film un oggetto alieno al cinema hollywoodiano di oggi.
Fatti infatti i dovuti distinguo – Gary Ross non possiede alcuna idea di stile, come già in Hunger Games si limita a muovere la macchina a mano in maniera nervosa e a lavorare su tonalità plumbee – Free State of Jones, più che dalle parti di Il colore viola, sembra avvicinarsi a I cancelli del cielo di Cimino. Di western non c’è traccia, di epica nemmeno, ma il film racconta ugualmente un episodio minore eppure significativo di lotta di classe nel cuore della storia americana. Contadini che si rivoltano contro le confische dei beni destinati all’esercito; giovani soldati nullatenenti che protestano contro il diritto dei proprietari di schiavi a evitare la chiamate di leva; bianchi a fianco dei neri che difendono terre e raccolti. Newton Knight imbraccia le armi a favore delle madri rimaste senza uomini e senza casa; guida un gruppo di schiavi, disertori come lui, a combattere per la liberazione. Certo, Il nichilismo rassegnato di Cimino è ben altra cosa rispetto alla bandiera dell’unione che in Free State of Jones viene issata per celebrare la vittoria dello stato libero contro la Confederazione sudista: ma Gary Ross non è così ambizioso da cercare il seme guasto da cui nasce la democrazia americana. Con il suo film racconta semplicemente le gesta di un rivoluzionario mosso da un incrollabile principio di giustizia terrena.
La natura americana di Newton Knight sta nella completa assenza di dubbio delle sue azioni, nella concezione di una sola prospettiva di fronte alla complessità dei processi storici: la prospettiva dell’uomo di fede e di giustizia. La particolare del film, invece, sta nella scelta di lasciare poco per volta in secondo piano gli aspetti drammatici del racconto per evidenziare invece la ricostruzione storica del periodo post-bellico – quando l’Unione delega agli uomini della Confederazione la gestione degli ex stati ribelli, di fatto ammettendo il ritorno della schiavitù per via legali e riconoscendo il potere dei vecchi latifondisti – e la creazione delle ingiustizie sociali e razziali che segnano tuttora la società americana. Le vicende personali di Newton e dei suoi uomini – in particolare dell’ex schiavo liberato Moses – perdono la loro dimensione puramente narrativa per diventare i tasselli di una storia minima eppure decisiva che dai campi di battaglia della guerra civile porta a un tribunale del Mississippi negli anni ’40, e ovviamente oltre.
La linea di sangue e la linea degli eventi coincidono, e insieme costruiscono passo dopo passo la vergogna e il riscatto di una nazione. Per una volta, l’azione del singolo non si riverbera nello spazio concluso della famiglia, nella relazione fra un padre, una madre e la loro discendenza, ma attraverso quella stessa discendenza si apre a un popolo intero: la guerra della contea di Jones è la guerra del povero contro il ricco, del bianco che sa stare a fianco del nero in nome di un principio maggiore, minando inconsapevolmente la stabilità di una nazione e permettendole così di sperare a ogni passaggio storico nella propria redenzione.
Roberto Manassero, cineforum.it, 1/12/2016

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